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27 gennaio. Il giorno della corta memoria.

La storia si ripete.
(Tucidide 460-399 a.c.)

 

Erano le 5 di mattina di sabato 27 gennaio 1945 quando Yakov Vincenko, con la Divisione di Fanteria n. 322 dell’Armata Rossa che operava sul fronte ucraino, entrò nel campo di sterminio di Auschwitz Birkenau.

Aveva 19 anni Yakov. Venti mesi prima era stato ferito nella battaglia di Kurs; quasi due milioni di soldati russi uccisi dai nazisti. Guerra che costò all’URSS di Iosif Stalin oltre 13 milioni di militari morti in guerra.

“Ho passato il primo filo spinato alle 5 di mattina: era buio, sabato 27 gennaio 1945. Non era gelido, solo tracce di neve marcia. La sera prima, nella notte, il combattimento aveva preteso molte vite. Temevo i cecchini lasciati di guardia. Al riparo di un bidone ho visto il maggiore Shapiro, un ebreo russo del gruppo d’assalto della centesima divisione, spalancare un grande cancello. Dall’altra parte un gruppo di vecchi minuti, ma erano bambini, ci ha sorriso. Solo dopo anni ho appreso di aver assistito allo schiudersi dell’ingresso dell’inferno, sotto la scritta “Arbeit macht frei”. Mi sono alzato per avanzare. Ho guardato nel bidone: era colmo di cenere, emergevano frammenti di ossa. Non ho capito che erano resti di chi era stato là dentro”.

“Nell’ombra, avvertii una presenza. Strisciava nel fango, davanti a me. Si voltò e apparve il bianco di occhi enormi, dilatati. Tacemmo: da lontano ci investiva l’eco smorzata degli scoppi. Tra i due, solo io sapevo che erano i colpi dell’artiglieria tedesca in fuga. Pensai ad uno spettro, mi assalì il dubbio di essere stato colpito, magari ucciso. Non sognavo, ero di fronte ad un morto vivente. Dietro a lui, oltre la nebbia scura, intuii decine di altri fantasmi. Ossa mobili, tenute assieme da pelle secca ed invecchiata. L’aria era irrespirabile, un misto di carne bruciata ed escrementi. Ci sorprese la paura di un contagio, la tentazione di scappare. Non sapevo dove fossi sbucato. Un commilitone mi disse che eravamo ad Auschwitz. Abbiamo proseguito, senza una parola”.

Primo Levi, testimone diretto dell’arrivo dei soldati russi dell’Armata Rossa nel campo di Auschwitz, descrisse le sue sensazioni di quel momento ne La tregua:

…Nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell’offesa, che dilaga come un contagio. È stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa è una inesauribile fonte di male: spezza il corpo e l’anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia.

Queste cose, allora mal distinte, e avvertite dai più solo come una improvvisa ondata di fatica mortale, accompagnarono per noi la gioia della liberazione. Perciò pochi fra noi corsero incontro ai salvatori, pochi caddero in preghiera.

In quel campo di concentramento, di lavoro e di sterminio, furono uccisi fra mendicanti, politici dissidenti, emigranti, rom e Sinti, prostitute, omosessuali, testimoni di Geova ed ebrei, da 1 a 4 milioni di esseri umani. Trovarono la morte anche molte centinaia di bambini che erano portati direttamente nelle camere a gas appena scendevano dai treni della deportazione.

Anche l’Italia fascista di Mussolini si rese responsabile di quelle morti.

La guerra d’Etiopia (1935-1936) rappresentò per l’Italia la strada che conduceva al razzismo. L’aggressione e poi l’annessione di quel paese portarono il regime fascista a sviluppare l’idea che bisognava evitare il rischio di avere una popolazione di meticci, cioè di persone nate dall’unione tra italiani bianchi e africani neri.

Da qui nacquero le prime norme di stampo razzista che vietavano possibili matrimoni tra bianchi e neri. Bastarono solo pochi mesi per trasformare il razzismo nei confronti dei neri in antisemitismo, odio nei confronti degli ebrei. Si abbracciò così la politica della Russia pre rivoluzionaria agli zar e quella della Germania hitleriana.

Nel 1938 iniziò in Italia una dura campagna antisemita che portò il regime fascista a promulgare tra settembre e novembre le leggi razziali.

Gli italiani erano “ariani” e gli ebrei non erano mai stati italiani.

A partire da quel momento, gli ebrei italiani non poterono più lavorare nelle amministrazioni pubbliche, insegnare o studiare nelle scuole e università italiane, far parte dell’esercito, gestire attività economiche e commerciali che il fascismo giudicava “strategiche” per la nazione. Fu un decreto a firma di Benito Mussolini del 4 settembre 1940 che istituì anche in Italia i primi 43 campi di internamento. Non furono rinchiusi solo ebrei italiani, ma anche quelli di passaggio nel nostro Paese e cittadini stranieri non graditi al regime compresi gli zingari, gli apolidi e naturalmente gli omosessuali. Anche per tutti quelli che manifestavano contro il fascismo si aprirono i cancelli dei lager italiani.

Di anno in anno le misure contro i prigionieri diventarono sempre più dure, fino al 1943, quando l’occupazione tedesca dell’Italia del centro-nord diventò una tragedia anche per gli ebrei italiani, molti dei quali finirono nei campi di concentramento e di sterminio.

Se non vogliamo violentare la storia le responsabilità anche dell’Italia appaiono tutte nella loro crudele ed insensata violenza e a quelli che oggi, con arrogante saccenza condita da smisurata ignoranza e colpevole mistificazione vorrebbero far passare le legge razziali del fascista Benito Mussolini come un semplice errore di percorso ricordiamo che favorirono enormemente l’ignobile lavoro dei carnefici delle SS.

Ideate e scritte di pugno da Mussolini, trovarono a tutti i livelli delle istituzioni, della politica, della cultura e della società italiana connivenze, complicità, turpi convenienze, indifferenza. Quella stessa indifferenza, come ha sovente sottolineato la senatrice Segre, che rappresenta l’atteggiamento più insidioso e gravido di pericoli.

Sorprende sentir dire, ancora oggi, da qualche parte, che il Fascismo ebbe alcuni meriti, ma fece due gravi errori: le leggi razziali e l’entrata in guerra. Si tratta di un’affermazione gravemente sbagliata e inaccettabile, da respingere con determinazione. Perché razzismo e guerra non furono deviazioni o episodi rispetto al suo modo di pensare, ma diretta e inevitabile conseguenza. Volontà di dominio e di conquista, esaltazione della violenza, retorica bellicistica, sopraffazione e autoritarismo, supremazia razziale, intervento in guerra contro uno schieramento che sembrava prossimo alla sconfitta, furono diverse facce dello stesso prisma.

(Sergio Mattarella)

Ed oggi rimane di quegli anni, di quell’eccidio, di quel crimine contro l’umanità un rigurgito vergognosamente attuale di fascismi e nazifascismi che si aggirano non solo in Italia e in Europa, ma nel mondo intero.

E come se non bastasse i figli di Israele, terra promessa concessa dagli “occidentali” sulle sponde dell’Africa a quei bambini  che da quei campi di concentramento vivi son tornati, mentre permettono che un terzo dei sopravvissuti ai lager nazisti (60.000) muoiano in assoluta povertà stanno, proprio loro, diventando i carnefici di un altro popolo.

La pulizia etnica nei confronti della popolazione arabo palestinese da parte non solo delle milizie israeliane, vecchio nodo di politica internazionale mai volutamente risolto, quasi nell’indifferenza generale continua a mietere vittime colpevoli solo di occupare una terra da millenni nella loro completa disponibilità. I soprusi e le violenze che ogni giorno si consumano su quei territori hanno dell’incredibile passando da una inumanità senza uguali. Anche gli USA, il popolo imperialista per eccellenza, con la decisione di spostare l’ambasciata a Gerusalemme, butta benzina sul fuoco alimentando l’odio di Israele nei confronti dei Palestinesi.

L’opera di Vik, Vittorio Arrigoni, mai morto per le coscienze libere di tutto il mondo, è la testimonianza a noi più vicina di cosa significhi realmente la politica genocida di Israele nei confronti della Palestina.

La shoah (tempesta devastante) che indica lo sterminio del popolo ebraico durante il secondo conflitto mondiale, sembra non abbia insegnato nulla e che i sopravvissuti all’olocausto la tengano in vita per l’eternità.

Ci piacerebbe credere che in quei forni crematori non si sia consumata anche l’ultima speranza di umanità.

Restiamo umani, soleva dire Arrigoni.

 

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