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4 novembre: non si festeggia la guerra.

Prima Guerra Mondiale. Guerra di trincea.

Lettere dal fronte.

Dal Diario di guerra di Silvio D’ Amico:

I discorsi dei fanti non sono allegri. E oggi parlavano sul tema: fucilazioni. Che è il più lugubre. Che c’è di vero nei racconti delle iniquità e delle ingiustizie senza nome attribuite ai tribunali militari? Serrentino racconta di come fu mandato a morire sotto il fuoco nemico un aspirante di diciannove anni, arrivato da tre ore in trincea, i cui uomini si erano sbandati davanti alle mitragliatrici austriache.
Ma il fatto più atroce è un altro. Presso un reggimento di fanteria, avviene un’insurrezione. Si tirano dei colpi di fucile, si grida non vogliamo andare in trincea. Il colonnello ordina un’inchiesta, ma i colpevoli non sono scoperti. Allora comanda che siano estratti a sorte dieci uomini; e siano fucilati. Sennonché, i fatti erano avvenuti il 28 del mese, e il giudizio era pronunciato il 30. Il 29 del mese erano arrivati i “complementi”, inviati a colmare i vuoti prodotti dalle battaglie già sostenute: 30 uomini per ciascuna compagnia. Si domanda al colonnello: “Dobbiamo imbussolare anche i nomi dei complementi? Essi non possono aver preso parte al tumulto del 28: sono arrivati il 29″. Il colonnello risponde: ” Imbussolate tutti i nomi”. Così avviene che, su dieci uomini da fucilare, due degli estratti sono complementi arrivati il 29. All’ora della fucilazione la scena è feroce. Uno dei due complementi, entrambi di classi anziane, è svenuto. Ma l’altro, bendato, cerca col viso da che parte sia il comandante del reggimento, chiamando a gran voce: “Signor colonnello! signor colonnello “. Si fa un silenzio di tomba. Il colonnello deve rispondere. Risponde: “Che c’è figliuolo?”.
“Signor colonnello!” grida l’uomo bendato “io sono della classe del ’75. Io sono padre di famiglia. Io il giorno 28 non c’ero. In nome di Dio!”. “Figliuolo” risponde paterno il colonnello “io non posso cercare tutti quelli che c’erano e che non c’erano. La nostra giustizia fa quello che può. Se tu sei innocente, Dio te ne terrà conto. Confida in Dio”.

 

Altopiano del Carso, 26 ottobre 1917

Cara madre,
ti scrivo solo adesso, perché solo ora mi sono stati concessi un foglio, una penna dal pennino spuntato ed un po’ d’inchiostro. Siamo in guerra da circa due anni e la situazione non è per niente cambiata. Io ho paura, potrei vedere la morte da un momento all’altro, e la guerra di trincea è un vero strazio. Siamo costretti a vivere in buche scavate nel terreno e mangiamo molto poco, i topi ed altri insetti convivono con noi e molti si ammalano di dissenteria. Inoltre il generale Cadorna è un vero tiranno e nessuno, nel mio reggimento, prova simpatia per lui: lui e gli altri alti ufficiali sembrano veramente incapaci di guidare un esercito ed in questi giorni le truppe sono talmente disorientate che gli Austriaci continuano ad avanzare. Non contento delle sconfitte e delle migliaia di vittime, Cadorna, spesso fa fucilare soldati italiani accusandoli, ingiustamente, di diserzione o vigliaccheria.
Cara madre io sono ancora vivo e spero di tornare a casa sano e salvo, ma in queste condizioni, ben presto, l’esercito austriaco ci travolgerà tutti. Ti abbraccio e ti bacio tuo figlio Gianni

 

Filiberto Boccacci della Brigata Salerno scrive alla mamma

Cara mamma.
Scrivo a te perché, donna capisci più certe cose:
non mi chiamare seccante, ma sono costretto a fare le seguenti richieste per pura necessità. Quassù la vita di un uomo, non è come quella che si mena a Roma od in qualsiasi altra città o paese. Stiamo a 1500 metri sul livello del mare e piove in media 5 volte alla settimana. Il Comando è ricoverato in una capanna da pecorai dove l’acqua entra che è una bellezza e così il vento, che di notte spira freddissimo. La nebbia l’abbiamo quasi ad ogni ora del giorno. Siamo in posizioni avanzatissima ed abbiamo il nemico in cima al monte alla distanza al massimo di 100 metri, quindi tutte le notti si passano quasi per intero vegliando e stare fermo tutto incantucciato in un angolo del ricovero si sente un freddo cane. In conclusione mi occorrono

2 paia di mutande di lana felpate.
2 maglie come sopra.
½ dozzina di calze di lana bianche e spesse.
1 copricapo piccolo di stame da mettervi sopra anche il berretto.
Poi un 5 o 6 fazzoletti.

Date appunto le speciali condizioni delle posizioni sarà difficile per ora scendere in valle e ripararci meglio dalla natura che quassù è sempre in subbuglio. Ora i pacchi postali si possono spedire. Con tutto ciò la mia salute continua a rimanere ottima, dandomi campo così di compiere tutto il mio dovere. Ora un’altra preghiera: da 8 giorni non ricevo vostre notizie. Fammi il favore di pensarci tu: fa in modo che mi giunga corrispondenza almeno due volte alla settimana. Ora se dentro al pacco ci metti anche una diecina di pacchetti di sigarette Macedonia mi faresti cosa graditissima. Beh, avete riscosso il mio stipendio? quand’è che vai a Viterbo? Da là mi hanno scritto diversi: Morini, castori – la nonna. L’ing. Del Bufalo mi ha mandato anche lui una cartolina: che l’ha visto il babbo? Ora parliamo un po fra noi due: ti ricordi quando stavo a casa? L’acqua calda pel viso…, la polvere per i denti, lo specchio…

Se tu vedessi adesso il Filiberto d’allora! Con questo è l’8° giorno che non mi lavo il viso; non mica per poltroneria sai, ma perché l’acqua quassù fa difetto e stiamo a razione: una borraccia al giorno, per bere. Però, guarda combinazione: sul mio viso non crescono più quei maledettissimi cosi detti «peticelli» che mi davano tanto fastidio. Ora, non solo ho i baffi, ma anche la barbetta: sembro un caprone. Quasi tutti i soldati portano la barba ed io ho seguito la corrente: poi a me il pizzetto vien da sé perché il pelo mi nasce solo sul mento. Ora, son proprio giugiaro! Peccato che quassù non ci sia alcun fotografo, altrimenti di manderei la copia di questo bel campione e certo ti faresti delle gran risate. Se ho la fortuna di far ritorno a casa, mi ti voglio presentare così come sono: certo non mi riconoscerai più. Gli austriaci da queste parti non hanno voglia sembra di far conoscenza coll’89° perché se ne stanno tutti chiusi nelle loro trincee ad un centinaio di metri più su di noi e per quanto la nostra artiglieria spari loro addosso da quattro o cinque punti diversi pure non vengono avanti: però domani o dopo-domani andremo noi a riverirli. L’allegria non manca e qualche volta mangio certa roba, cara mia, da far leccare i baffi ed… il pizzo. Per esempio: frutta in conserva, marmellata, salse piccanti in scatoline ecc. ecc. Sembra impossibile eh? Eppure è così: quando qualche ciclista va giù fa la provvista per lo S.M., provvista che di massima dura 24 ore. Qualcuno mi dice che sono ingrassato… purtroppo però lo dicono per scherzo: molto giù non sono, anzi non sono stai mai in possesso delle mie forze come ora, ma neanche ingrassato. Armando scrive a casa? Ora, non ci possiamo assolutamente vedere: fra il mio ed il suo Regg.to c’è un burrone, poi, prescindendo da ciò nessuno, salvo casi specialissimi, può assentarsi dal suo posto. Salutami sua madre e sua sorella. Giulio gode ottima salute; solo una diecina di giorni fa, gli cadde addosso un pezzo di trincea producendogli una semplice friozza in testa. Vi saluto e tu fa altrettanto da parte mia ai suoi genitori. Il babbo cosa fa, è contento? Mario? Umberto? Irene? Giorni addietro ho ricevuto una cartolina illustrata della sig.ra Orsola scritta da Irene. Ho risposto alla prima ringraziandola. Ti lascio colla speranza di ricevere più di frequente vostre notizie.

Tanti bacioni a tutti ed a te chieggo la S.S. Benedizione. Filiberto

 

Altopiano di Asiago, 26 settembre 1915

Carissimi famigliari miei,
ho dovuto aspettare molto prima di potervi scrivere e questo crea in me un grande vuoto. Mi sento terribilmente solo.
Mi trovo attualmente sull’Altopiano di Asiago e ogni giorno ci sono sempre più perdite. Non voglio più stare in questo posto cupo e desolato! Intorno a me vedo solamente morte; odo soltanto il frastuono provocato dalle bombe, dai fucili, dai cannoni: è un inferno! I miei vestiti sono sporchi e ormai laceri; il cibo? Non parliamone! Ci danno soltanto quel poco che ci serve per tenere in mano un fucile!
Ogni secondo che passa potrei esser fucilato all’improvviso e gli austriaci non ci danno tregua; ma perché tutto questo? Perché dobbiamo ucciderci a vicenda come cani? Prego ogni giorno, con la sola speranza che il Signore ci aiuti e ci tiri fuori di qui. Mamma Anna, ti ricordi quando mi dicevi di stare tranquillo e di credere nell’umanità? Ora le tue parole mi risuonano come una vecchia ninnananna o il tintinnio leggero della campana della nostra bella chiesa e mi consolano.
Mi chiedo se questa lettera sia un addio o un arrivederci. Nel caso non riceviate più mie notizie, sappiate che io sarò sempre con voi e sarò contento perché mi troverò in un posto più bello e più felice di questo.
Qualunque cosa accada, voi sarete sempre nel mio cuore!
Un bacio
Vostro Cesare

 

Virgilio Bonamore, Diario:

2 agosto 1915:
Oggi riprendo a scrivere nel diario. Nei quattro giorni passati sulla Batognica non ho potuto scrivere. In questi giorni ho vissuto le più tristi atrocità di questa orribile guerra… Il giorno 29 sono rimasto per 24 ore rannicchiato in una trincea tra i cadaveri dei nostri giovani e dei nemici. Insopportabile la puzza…L’acqqua scarseggia ed è maleodorante. Ci viene fornita in otri. Per due giorni non ho assunto né cibo né acqua…
15 agosto 1915:
Oggi appena ho potuto rendermi conto della gravità indicibile di questa catastrofe. Il 21. battaglione non esiste più ad eccezione di una cinquantina di superstiti, dimezzati il7. ed il 9. regg. del 36. battaglione, decimato il 23. battaglione. Uno sfacelo orrendo…

 

Il papà Stefano che scrive la lettera testamento al figlio Giovanni

Amatissimo figlio Giovanni,

benché piccolo ed innocente bambino, tuo padre, tanto lontano, che forse a rivederlo non lo riconosceresti, vuole darti un consiglio che terrai a memoria fino a che avrai conoscenza: per tutta la vita ubbidisci alla tua mamma, siili fedele e affettuoso non mancando mai ai suoi detti, rispetta i vecchi e aiuta i poveri, adempi i tuoi doveri verso il prossimo e verso la tua Patria.
Sii virtuoso nei tuoi sentimenti e vedrai che Dio ti darà la Santa Benedizione come te la offre tuo padre ora che si trova fra la vita e la morte.
Questo sarà un mio ricordo, un mio testamento se la sfortuna a me toccasse di non rivederti assieme a mamma e al tuo caro fratello, e ti raccomando di dare anche a lui i dovuti consigli quando sarai nell’essere di conoscenza. Ma se la fortuna mi assiste per poter ritornare sarà e dovrà restare conservata questa carta come una memoria eterna nell’avvenire.
Con la penna non posso dirti quanto soffre il tuo genitore per sé e per la sua Patria; tutto è dovuto all’istinto di conservazione di questa vita, tutte le sofferenze ed i disagi, la morte momentanea che legge impone, come quella che si impose al nostro Altissimo Creatore Iddio, che morì per noi sul patibolo della Santa Croce.
Amato figlio, avrei troppo da narrarti e benché tuo padre non è tanto padrone della penna e della lingua con questo poco scritto ti inculca generosità ed educazione.
Mi piange il cuore a doverti dire questo e ne avrei ancora, ma non posso perché dovrei rigare queste pagine di pianto.
Stai buono, educato ed obbediente, ama le tue nonne e mostrale sempre ed ovunque il tuo rispetto, abbi per ultimo ancora tanto rispetto per il nonno Nicolaio che il tuo padre tiene in cuore come memoria.
Basta. Baci ad Emanuele e mamma, tanti alle nonne e nonno, zie e zii tutti.
Ti bacia tanto tuo padre che tanto ti pensa.
Rum Stefano fu Giovanni

 

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