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Anche Casamassima non si sottrae alla caccia all’untore.

Come era inevitabile che fosse, anche al paesello a sud est la grande metropoli, è ufficialmente partita la “caccia all’untore”.

Tralasciando l’esagerata sottolineatura intorno ai padroni sporcaccioni che permettono ai loro cagnolini taglia mignon di “innaffiare” ora il marciapiede ed ora la grasta, che come sottolinea il Ministero della Salute non è fonte di contagio Covid-19, ci soffermeremo al contagio, questo si accertato, del respiro umano.

Rapporti interpersonali ridotti ai conviventi e mascherine salvifiche, hanno portato ad un impazzimento generalizzato facendoci considerare non solo il vicino di casa un soggetto da tenere lontano, ma anche l’affetto più caro forse non sicuro per via di quella piccola creatura che con un balzo potrebbe entraci nel corpo uccidendoci.

Quello che non si riesce a controllare è l’apprensione, il timore, la paura individuale o collettiva nei confronti di queste «piccole creature che mangiano grandi prede dall’interno» (Frank Macfarlane Burnet), che, inondando le nostre vite, trasformano l’uomo da essere sociale a essere eremitico.

E così, da quando la notizia che vede casamassimesi risultati positivi al coronavirus è divenuta ufficiale, sui social e sui gruppi di messaggistica sembra non si parli d’altro. Tutti che chiedono, tutti che vogliono conferme, tutti che formulano ipotesi, tutti che dicono di sapere ma che probabilmente non sanno nulla ed inventando, fantasticano. Quello che fa più sorridere però, se non ci fosse da indignarsi, è la giustificazione che simili donnicciole portano a corredo del loro voler sapere. Loro, a difesa del bene comune, ma interessandosi solo al proprio, vorrebbero sapere se avendo incontrato lo sfortunato infetto debbano preoccuparsi o meno di essere divenuti a loro volta contagiosi. Ma se qualcuno dovesse avere la briga di spiegare loro, se anche ci fosse la certezza di non aver avuto contatto alcuno con il malcapitato positivo, questo non escluderebbe il fatto che un altro lo abbia avuto e che poi lo abbia trasmesso a sua volta proprio a colei o colui che a ogni costo vuole sapere. Ma sembra che simile razionalità sfugga perché quello che prevale, non solo al paesello ma in tutti i paeselli e i villaggi del mondo, è la chiacchiera che su quel nome si potrà fare per trascorrere in allegria la reclusione in cui sono obbligati. Si sarà infettato perché e sposato con quella lì, oppure per il lavoro, oppure per la casa e finanche per quello che mangia visto che l’ho visto più volte mentre acquistava da quella salumeria che sporca è. E poi, lo hai visto? Sempre senza mascherina e con quelle unghie nere da zappatore.

Nelle menti più perverse poi, scatta il meccanismo che solo l’avversario malevolo e maldisposto oppure l’avversario ed antagonista possa essere l’infetto ed è per questo che si chiedono le generalità per aver conferma che le congetture erano suffragate.

E siccome il nemico, perché chi ha la iattura di essersi imbattuto in qualcuno che il virus gli ha trasmesso è un nemico, deve essere sempre vicino a noi e mai lontano, perché il nemico va visto negli occhi e se è lontano perde di potenza, ci affanniamo a cercarlo ed a identificarlo con certezza.

A questo proposito torna in mente quello che Alessandro Manzoni accennò ne I Promessi Sposi (cap. XXXII e seguenti) e che poi descrisse con più dovizia di particolari ne La Colonna Infame.

Lo scrittore ci racconta le contraddizioni sociali, morali e giuridiche di quanto avvenne durante l’epidemia di peste che colpì Milano (a volte il caso che combina) nel 1630. In quello stesso anno furono processati e condannati a supplizi inenarrabili e atroci molte persone perché ritenute responsabili di aver propagandato la peste con polveri o unguenti o con malefici vari causando la morte dei disgraziati appestati.

I fatti nello loro crudezza riportano quanto avvenne il 21 giugno 1630 a Milano. Quel giorno pioveva.

Nel quartiere di Porta Ticinese, due donnicciole (questo il termine dispregiativo utilizzato da Manzoni), Caterina Rosa e Ottavia Boni, affacciate alla finestra notano un uomo coperto da un mantello nero e con un cappello calato sul viso, mentre cammina rasente il muro di una casa.

Procede incerto ed ogni tanto striscia le mani sui muri. Questo comportamento alle donne desta sospetto e subito identificano quell’uomo come possibile untore. Appena l’uomo scompare alla vista scendono per strada a controllare da vicino cosa abbiano lasciato sui muri le mani dell’uomo. Vedono o credono di vedere della macchie gialle. E’ allarme: le donnicciole diffondono subito la voce in tutto il vicinato e la superstizione, accanto all’ignoranza, fa il resto. La parte unta sul muro viene subito bruciata e coperta di calce.

Arriva sul posto il Capitano di Giustizia, un nostro attuale commissario di polizia, che, nonostante il muro fosse stato bruciato e ricoperto di calce, conferma quei segni di unto. Viene arrestato Guglielmo Piazza, uno dei Commissari di Sanità, un responsabile dell’ufficio d’igiene di oggi, incaricato di controllare, proprio a causa del contagio di peste in città, la situazione igienica delle strade.

Inizia l’interrogatorio e vista l’urgenza di trovare subito un capo espiatorio su cui sfogare la rabbia popolare per il contagio, non ricercando la verità e la giustizia ma solo un colpevole, vede il Piazza, indotto a innocue contraddizioni, costretto a subire atroci torture.

Ma, nonostante la tortura, il Piazza non confessa. D’altronde non vi era nulla da confessare. A questo punto, ingannandolo, gli promettono l’impunità qualora riveli il nome dei sui complici. Guglielmo Piazza, illudendosi di salvarsi, denuncia il barbiere Giangiacomo Mora che aveva la sua bottega proprio nelle vie in cui il Piazza si diceva avesse unto i muri.

Il barbiere (i barbieri all’epoca erano anche un po’ farmacisti), si diceva preparasse un unguento che la superstizione popolare credeva essere un antidoto alla peste.

Anche il Mora viene interrogato e torturato ed alla fine coinvolge altri innocenti che vengono prontamente arrestati.

Il processo si conclude con la condanna a morte non solo del Mora, ma anche del Piazza e di tutti gli altri incolpevoli coinvolti.

Si decise che la bottega del Mora fosse rasa al suolo e che al suo posto venisse eretta una colonna con la seguente iscrizione:
“A perenne memoria dei fatti il senato comandò che questa casa, officina del delitto, venisse rasa al suolo con divieto di mai ricostruirla e che si ergesse una colonna da chiamarsi infame”.
 

Merito di questo resoconto giudiziario è anche quello di aver fatto da apripista, sembrerà strano, su disquisizioni culturali, giuridiche e legali ancora oggi al centro dell’attenzione politica.

La legalità, la tortura, il popolo, l’opinione pubblica e la psicologia di massa, l’ignoranza, il ricorso all’impunità attraverso i cosiddetti collaboratori di giustizia, il capro espiatorio, il processo giusto, i diritti umani ….

A proposito: anche un nobile, tale Gaetano de Padilla, fu portato a processo, ma contrariamente a tutti gli altri imputati, non fu condannato a morte. Persona grande era, dichiara Manzoni.

Per concludere, cosa direbbero le donnicciole se scoprissero che Guglielmo Piazza quel giorno camminava rasente il muro per proteggersi dalla pioggia e che cercava di pulirsi contro il muro l’inchiostro che sulle dita si depositava visto che annotava su un brogliaccio le sue osservazioni?

Il Progetto Manuzio Liber Liber mette a disposizione:

Storia della Colonna Infame (clicca qui)

Storia della colonna infame [formato audiolibro] (clicca qui)

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