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Antonio Gramsci: il contributo alla storia del Pensiero che tutti dovrebbero studiare.

Odio gli indifferenti. Credo che “vivere vuol dire essere partigiani”.

Non possono esistere i solamente uomini,  gli estranei alla città.

Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.

Perciò odio gli indifferenti.

20 luglio 1928

Carissima Tania,

sono giunto a destinazione ieri mattina. Ho trovato la tua lettera del 14 e una lettera di Carlo con 250 lire. Ti prego di scrivere tu a mia madre per comunicare quelle cose che possono interessarla. D’ora in poi scriverò solo ogni 15 giorni una lettera, ciò che mi porrà dinanzi a dei veri casi di coscienza. Cercherò di essere ordinato e di utilizzare al massimo la carta disponibile.

1°. Il viaggio Roma-Turi è stato orribile. Si vede che i dolori da me sentiti a Roma e che mi sembravano un mal di fegato, non erano che l’inizio dell’infiammazione che si manifestò in seguito. Stetti male in modo incredibile. A Benevento trascorsi due giorni e due notti infernali; mi torcevo come un verme, non potevo stare né seduto, né in piedi, né sdraiato. Il medico mi disse che era il fuoco di S. Antonio e che non c’era da far nulla. Durante il viaggio Benevento-Foggia il male si calmò e le bolle di cui ero ricoperto nella vita destra si seccarono. A Foggia rimasi 5 giorni e negli ultimi 3 giorni ero già a posto, potevo dormire qualche ora e potevo sdraiarmi senza essere trafitto dai dolori. Mi è rimasta ancora qualche bolla mezzo secca e un certo dolore alle reni, ma ho l’impressione che non si tratti di una cosa gra-ve. Non so spiegare l’incubazione romana che durò circa 8 giorni e che si manifestava con violentissime punture interne nella vita destra anteriore.

2°. Non ti posso ancora scrivere nulla sulla mia vita avvenire. Sto facendo i primi giorni di quarantena, prima di essere assegnato definitivamente ad un reparto. Penso che però tu non possa mandarmi nulla oltre ai libri e agli effetti di biancheria: non si può ricevere nulla di alimentare. Perciò non mandare mai nulla senza che io prima te l’abbia domandato.

3°. I libri da Milano (Libreria) falli spedire direttamente: è inutile che

tu spenda per trasmettere ciò che deve essere già affrancato.

4°. Il memoriale non c’era più: l’ho dovuto prendere con me.

Le ciliegie mi sono state utilissime, quantunque io non le abbia neppure assaggiate: mi hanno facilitato il viaggio.

Ricevo in questo momento la tua lettera del 19, con la lettera di Giulia. Vorrei scrivere a lungo a Giulia, ma non riesco a impostare la lettera così come vorrei. È difficile da scrivere. Vedrò la prossima volta, dopo essermi riposato un po’ ed aver messo un po’ d’ordine nelle mie idee. Scrivile tu e mandale le notizie solite.

Carissima, scrivi a Carlo che anche lui non si metta in testa delle stranezze, come sarebbe di far venire la mamma fino a Turi. Sarebbe un delitto far fare a una vecchia che non si è mai mossa dal paese un viaggio così lungo e disagiato. E poi penso che avrebbe una impressione troppo brutta nel vedermi vestito da recluso ecc. ecc.

Ti abbraccio teneramente.

Antonio

Non nascondiamo l’emozione che ci ha assalito quando stamane abbiamo potuto visitare la cella dove è stato rinchiuso Antonio Gramsci all’interno del Carcere di Turi. Entrare in un carcere ti fa vivere, nonostante tu sappia che di lì a poco le porte si riapriranno consegnandoti di nuovo alla vita di tutti i giorni, emozioni che non ti abbandoneranno più. E come se ad ogni passo avessi netta l’impressione di perdere un po’ della tua libertà che quel rumore sordo e cupo del cancello che si chiude alle tue spalle amplifica a dismisura. E saranno stati questi, forse o probabilmente, i sentimenti che avrà provato Nino quando anche l’ultima porta si è chiusa consegnandolo a quella cella fredda con quel pavimento ormai consunto dalle pene passate per quei muri. Avrà visto anche lui quel minuscolo quadrato ricavato in quella “stanza” con pareti di legno alte all’incirca due metri dove un vasone da notte delimitava quello che oggi chiameremmo bagno. Un bagno senz’acqua, però. Accanto un basso letto costituito solo da un tavolaccio in legno ed accanto un enorme comodino in ferro dove trovavano sistemazione una forchetta, un cucchiaio e un bicchiere di alluminio. Più in là un piccolo tavolino e uno scomodissimo sgabello dove, seduto con quella luce proveniente da un finestrone, Gramsci contribuì alla costruzione del Pensiero giunto sino a noi. Parole, pensieri e concetti che continuano ad impregnare quegli intonaci di quella cella.

Al suo attivo non aveva il lancio di bombe, neppure rivolte, o omicidi o attentati, ma solo la forza delle sue idee. E la critica, i principi, la concezione del mondo diversa da quella attuale, gli scritti, gli studi, l’impegno sociale e culturale, la lotta politica e il pensare erano e purtroppo restano, più dirompenti di mille bombe e più pericolose delle pallottole.

Michele Isgrò, il pubblico ministero del tribunale speciale fascista che lo condannò affermò:

«Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare».

Ed infatti fu condannato a 20 anni, 4 mesi e 5 giorni.

Antonio Gramsci, nato a Ales il 22 gennaio 1891, giunse a Turi il 19 luglio 1928, numero di matricola 7047, per uscirne il 19 novembre 1933 per motivi legati alla salute estremamente cagionevole e per essere trasferito all’infermeria del carcere di Civitavecchia.

Ed anche in carcere continua a studiare, a scrivere, a chiedere libri, riviste. Comincia la stesura di quello che poi diventa il suo testamento letterario, filosofico e politico rappresentato dall’opera Quaderni del Carcere, che insieme alle centinaia di articoli scritti non solo su l’Unità, organo del Partito Comunista d’Italia da lui fondato nel 1924, ma anche su Il Grido del Popolo e Ordine Nuovo, solo per citarne alcuni, rappresentano ancora le basi su cui fonda il comunismo italiano. E su quei 29 Quaderni, dei quali 17 scritti nella sua cella di Turi, Gramsci spazia dalla rivoluzione mancata del Risorgimento Italiano alla filosofia della praxis sul marxismo sino ad arrivare alla polemica con Benedetto Croce quale rappresentante dell’idealismo e della borghesia italiana del XX secolo.

Gramsci, poi, analizza la Questione Meridionale dimostrando che il problema dello squilibrio fra il sud e il nord sta nella contraddizione dovuta all’incapacità delle forze dirigenti risorgimentali di affrontare e di risolvere la questione contadina, particolarmente grave nel Sud. Il Partito Comunista doveva, agli occhi di Gramsci, assumersi l’impegno di favorire il superamento della disgregazione interna alle masse contadine che le rendeva incapaci di sottrarsi alla dura subordinazione nei confronti delle classi dominanti e di allearsi alla classe operaia settentrionale; di qua la falce e il martello nel simbolo comunista indicano esattamente questo: l’alleanza tra contadini del Sud e operai del Nord.

Riassumere l’opera di Antonio Gramsci in poche righe è una missione impossibile visto che ancora oggi, dopo 82 anni dalla sua morte, intellettuali di varia provenienza, filosofi, storici e politici continuano a scrivere su di lui e sul suo pensiero estremamente attuale.

Ed una strana coincidenza accompagna la sua morte. Il 25 aprile 1937, il tribunale speciale aveva certificato la fine pena per farlo tornare in libertà ma lo stesso giorno, qui la coincidenza, Gramsci fu colpito dall’“ictus” che poi fu alla base della morte sopraggiunta il due giorni dopo.

Morì il 27 aprile 1937 all’età di 46 anni, dopo essere stato per oltre dieci anni prigioniero del fascismo, sottoposto a torture psicologiche e fisiche e a sofferenze inenarrabili, in mezzo alle quali tuttavia non aveva mai cessato di resistere e di lottare per la libertà e il socialismo.

Verrà cremato il 5 maggio e sepolto nel cimitero acattolico presso Porta San Paolo a Roma.

Non ebbe mai la possibilità di conoscere e vedere suo figlio minore Giuliano.

 Il 10 maggio 1928 scriveva alla madre:

«Carissima mamma, non ti vorrei ripetere ciò che ti ho spesso scritto per rassicurarti sulle mie condizioni fisiche e morali. Vorrei, per essere proprio tranquillo, che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo qualunque condanna siano per darmi.

Che tu comprendessi bene, anche col sentimento, che io sono un detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai da vergognarmi di questa situazione. Che, in fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in certo modo, perché non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione. 

Che perciò io non posso che essere tranquillo e contento di me stesso. Cara mamma, vorrei proprio abbracciarti stretta stretta perché sentissi quanto ti voglio bene e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente.

La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini. Ti abbraccio teneramente».

Nino

Baci a tutti.

 

Ringraziamo l’ANPI di Turi e il suo Presidente Stefano Orlandi per averci fatto vivere emozioni indelebili.

Per chi volesse approfondire:
Fondazione Gramsci

Cliccando qui troverai una serie di opere scritte da Antonio Gramsci e scaricabili liberamente

Una testimonianza su Gramsci di Sandro Pertini recluso anch’esso a Turi

Pagina Facebook dell’ANPI Turi

 

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