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Barricate

Fu una Vigilia di Natale lunga, lunghissima, quella che ebbero la fortuna di vivere quegli strani abitanti cui tutto doveva esser concesso senza che lo chiedessero nemmeno e che occupavano quel paesello a sud est dell’impero. Avevano per tempo ammassato negli angoli strategici del paesello, all’interno e fuori le mura, tutto quello che un giorno finalmente gli sarebbe servito: materassi matrimoniali rosa, frigoriferi, caldaie dismesse dalle scuole, comprese le crepe, quel mobiletto del soggiorno non più sopportabile, il quadro della zia, le damigiane sporche di olio, i cessi rotti e i bidet senza rubinetto. Anche gli avvisi di garanzia avevano custodito per l’occasione dentro al castello. E una caterva di monnezza che neanche i camion, che non erano ancora stati inventati, riuscivano a trasportare ogni giorno. Anche le bombe servirono per frantumare i nuovi di zecca cestini porta carte che con il resto del rame rubato servirono ai vetri in frantumi delle finestre, per non parlare delle palle, a metter su quelle barricate anti uomo e donna.

Pure bambino, però.

Pure i forconi avevano messo da parte.

Qualcuno racconta anche la strana apparizione di una donna vestita di azzurro, come il paese, seduta su una strana pietra tonda con un buco nel mezzo, che aspettava con le gambe penzolanti lo straniero usurpatore. Si dice fosse pronta a dirottare quello strano individuo tutto nero che accompagnato da donne e bambini, voleva occupare il paesello a sud est. Ma nessuno, né la madonna della pietra tonda, né gli uomini armati di forcone riuscirono a vederli quegli uomini neri e puzzolenti. Anche Rete 4 montò le telecamere ed era pronta a documentare lo scempio delle barricate anti negro.

Nessuno ricorda se il podestà dell’epoca, un uomo dall’alta fronte e dalla fruente chioma bionda che perse ben presto, sentì il bisogno di avvertire per tempo i suoi sudditi che da soli dovettero studiare le contromisure all’invasione negra. Per molti giorni si respirò in paese l’odore acre della menzogna e del sospetto. Non sapevano dove sarebbero stati stipati quei circa 58 migranti da terre lontane che ora volevano venire ad impuzzire l’aria come se il depuratore di via Adelfia non bastasse già. I commenti furono atroci: noi siamo del paesello, siamo italici, ma pure i negri oltre che i forestieri, non li possiamo sopportare. Una legge del regno aveva stabilito che, vista la guerra, i bombardamenti sugli ospedali con le bombe intelligenti, visto il disagio, vista la povertà che una guerra porta con se, visto lo stato di mancanza totale di convivenza pacifica, quelli che riuscivano dopo mesi, ed alcuni, dopo anni, a scappare da quelle zone, potessero essere accolti in paeselli, anche a sud est, più tranquilli, più democratici, se non fosse che i podestà il più delle volte, li distruggevano senza ritegno. Si scoprì in seguito che proprio da quei paesi che oggi non li volevano “ospitare” partivano le armi che quelle guerre procuravano e rendevano possibili. Ma non si poteva sopportare quest’invasione che fu fissata nel rapporto 3 immigrati ogni 1.000 abitanti. Erano assai lo stesso. Erano sporchi, puzzolenti, facevano figli e per giunta erano neri. Insopportabile.

Il paesello era molto devoto ed anche a Natale era magnanimo e operoso. Ancora più operoso che durante un qualsiasi periodo dell’anno: faceva alberi di Natale che si estendevano al cielo addobbato con le palle, da tennis e pallavolo, kimoni, racchette e buoni da spendere presso le associazioni sportive che sempre soldi facevano. Anche una mortadella tagliata a fettine sottili sottili fu utilizzata per quel nulla che al paesello era il massimo che potesse esserci. Abbiamo i nostri di disoccupati che lamentano miseria e sfruttamento sotto la reggia del podestà: come facciamo ad aiutare quelli lì che neri sono e poi puzzano? Prima a noi, e poi, se avanza, ma non avanzava mai, agli altri. A Natale si è sempre più buoni, ed anche quel paesello a sud est dimostrò la sua bontà con l’apposizione di quel cartello mentale che si faceva a gara per mettersi sulla fronte: Fuori dalle palle.

Potettero dormire sonni tranquilli gli abitanti del paesello a sud est, che vissero un sereno e felice Natale senza essere costretti a chiedere il passaporto per far beneficenza. Circolarono tranquilli senza che quegli esseri sporchi e puzzolenti avessero avuto mai la possibilità di aggirarsi impunemente nei parcheggi del centro commerciale a rubare auto e avventori. Finalmente potettero camminare sereni e beneficiare della “scacchiera” dove, liberi di ammirare le scorribande dei propri figli che mettevano le bombe a orologeria nei contenitori appena montati delle carte, i vetri delle finestre fecero frantumare. E finalmente bearsi dello spettacolo che tra materassi e frigoriferi di ultima generazione e l’ultimo mobile del soggiorno, compreso il divano, fanno bella mostra di se in paese. Potranno ancora ammirare le scuole chiuse, i bambini che la mattina vanno a giocare e che di sera si addormentano sui banchi di scuola, l’acqua fresca e limpida che viene giù dalle fontane di casa e che quella di via Conversano è la meglio. Si potranno dedicare agli ultimi ed impellenti preparativi: l’albero in piazza sportivo con le palle, le strade dissestate e rotte e con la differenziata che non parte perché male hanno fatto i conti.

Non siamo razzisti, ma prima gli italiani.

Mai che facessero gli italiani, gli italiani.

E lo fanno bene.

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