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BRIGATE ROSSE – Dalle fabbriche alla «campagna di primavera»

….. «mi spiega che la DC non è un partito come gli altri [….]

è un insieme di interessi e tendenze che si tengono

attraverso spinte e controspinte ….»

Sono trascorsi 39 anni dal marzo 1978, ed ancora una ventina di appartenenti alle Brigate Rosse sono rinchiusi nelle patrie galere….

Attraverso la desecretazione di migliaia di documenti e fascicoli gli autori Marco Clementi, Paolo Persichetti, ed Elisa Santalena danno vita ad un’indagine storica: Brigate Rosse Dalle fabbriche alla «campagna di primavera», edito da Derive Approdi.

Non si racconta solo la storia delle Brigate Rosse nate  fra la fine degli anni 60 e che le ha viste attive sino agli anni 80, ma si rappresenta anche lo spaccato dell’Italia di quegli anni che non poteva non comprendere anche il rapimento e l’uccisione dell’on. Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, partito rimasto al potere ed al governo per un sessantennio e più.

Molti dei miti di quegli anni, anche attraverso la capacità di mettere in sequenza documenti, scritti, fascicoli, memoriali, diari sino ad oggi segreti, ci danno la possibilità di capire meglio, con più dati e con riscontri alla fonte, quello che per molti di noi è stato il vissuto di quegli anni.

Era il 16 marzo del 1978 quando un commando di brigatisti, dopo aver ucciso 5 uomini della scorta, rapiva Aldo Moro. Seguirono i famosi 55 giorni di prigionia conclusasi con l’uccisone del presidente della DC ed il ritrovamento del cadavere nella Renault 4 rossa in via Caetani a Roma.

E’ la ricostruzione dettagliata dell’agguato in via Fani, della sparatoria, dei presunti testimoni, del tragitto, del cambio di veicoli e l’arrivo nell’appartamento che diventerà il carcere ed il tribunale del popolo che vedrà soccombere non solo l’uomo Aldo Moro, ma un’intera classe dirigente politica combattuta con le armi.

Molti gli spunti di riflessione che le pagine di questo libro mettono a disposizione del lettore: il Compromesso Storico e l’Eurocomunismo di berlingueriana memoria e la ricerca dell’assenso da parte statunitense affinché il PCI potesse entrare nel governo del Paese. Erano gli anni in cui erano Washington e Londra, attraverso documenti tipo il famigerato Democracy in Italy, a decidere finanche le sorti delle presidenze di possibili commissioni parlamentari che vedessero il PCI al proprio interno. Si racconta anche la fandonia passata per anni come verità assoluta che vedeva Aldo Moro amico dei comunisti tanto da volerli con se nell’esecutivo e dei viaggi di Giorgio Napolitano negli USA tenuti nascosti alla base del partito che non ne avrebbe capito le ragioni. Anche l’ancora poco conosciuto Bettino Craxi che con il suo PSI era per una linea morbida e di accettazione dello scambio di prigionieri ci viene restituita come una proposta fumosa e senza costrutto.

Una politica tutta incentrata sulla DC che attraverso le sue varie anime tenta con ogni mezzo di rimanere avvinghiata al potere che non intende mollare.

Aldo Moro ne rappresenta, con la propria visone e con il proprio agire, l’anima.

Ieri come oggi, le carceri e le condizioni di vita dei carcerati, al centro dell’attenzione dei brigatisti che tentano di scardinare il sistema carcerario e le sue regole ancora oggi, forse, non del tutto costituzionalmente accettabili. Anche all’interno di esse [le carceri] si cerca di impedire possibili proseliti attraverso il carcere duro, con l’isolamento attraverso condizioni di vita inaccettabili, rimangono l’unica arma a disposizione dello Stato di diritto. Anche l’enorme mano d’opera del sud in favore delle fabbriche del nord è il momento storico in cui il proletariato, alzando la testa, rivendica i diritti. Ricordiamo che in quegli anni molteplici furono le leggi a sfondo sociale, quali per esempio quella sull’equo canone e quella sull’aborto.

Eppure, a rileggere oggi quelle che erano le analisi politiche delle Brigate Rosse, si rimane basiti nello scoprire quanto di quelle analisi, partendo dallo SIM, siano diventate oggi parole d’ordine di molti e variegati gruppi europei e non sia di sinistra che di destra.

Ma quello che colpisce, o che almeno mi ha colpito maggiormente in questa ricostruzione storica, è che dal primo momento, sin dalla sua prima lettera, Aldo Moro desideri ardentemente vivere e che non nasconda questo suo desiderio rivolgendo il proprio appello per aver salva la vita nei confronti di tutti: al partito, al segretario di partito Zaccagnini, nei confronti del governo guidato da Andreotti, al capo dello stato e finanche al Papa e all’ONU. Aldo Moro, riconoscendo di vestire i panni di un prigioniero politico tenta disperatamente l’unica arma in suo possesso rappresentata da quella pietas che anche in presenza di una fede così radicata non riuscì a scalfire gli animi di quegli uomini che potevano ma che non fecero. Moro solo a non comprendere le ragion di stato che non avrebbero mai potuto consentire che lo Stato scendesse a patto con un gruppo di terroristi che ne minava le radici. Ma anche la risposta della politica, seppur comprensibile, non trova riscontri oggettivi. All’indomani del rapimento si pensò bene di mettere su i piani Mike e Victor (Moro Morto o Moro Vivo), solo con la consapevolezza e la volontà di  delegittimare gli scritti del presidente della DC che si aveva paura potesse rivelare segreti fondamentali della Repubblica.

Gli esperti grafologi, gli psicologi gli studiosi al servizio della politica, solo per dimostrare che il Moro che scriveva non poteva essere quello conosciuto sino ad allora. L’inculcare nell’opinione pubblica nazionale e non solo, la certezza che quelle lettere erano il frutto di dettature da parte dei carcerieri e che dovevano essere il frutto di farmaci che ne impedivano il libero arbitrio fu una delle uniche occupazioni che il mondo politico riuscì a partorire. Ma fu lo stesso Moro, quando ormai capì che nessuno degli interventi da lui richiesto riusciva a scardinare quel muro di intransigenza, che nella sua ultima lettera lancia il monito finale nei confronti degli amici di partito e della politica tutta. Si dimette da ogni carica presente e futura, chiede di essere considerato come appartenente al gruppo misto, condanna senza appello Zaccagnini e il suo immobilismo da segretario fragile ed incapace di guidare con senso di responsabilità il partito e invita i familiari per un funerale in forma strettamente privata.

Anche a proposito del Papa, massima autorità per un credente, scrive: «Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo».

«Quel sangue ricadrà su di voi» assume valenza non solo da un punto di vista umano, ma anche nei confronti di un partito destinato ad estinguersi.

Ma si è estinta veramente la DC?

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