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Casamassima: per quanti la scuola a settembre?

Dopo le gite in barca per la pesca d’altura, dopo i tavolini fuori dalle pizzerie e dai bar per aiutare i commercianti, dopo le discoteche e il bacio sull’altare per i novelli sposi, qualcuno, il governo, si è accorto che in Italia esistono le scuole e gli oltre 8 milioni di studenti che le affollano.

Praticamente surreali le linee guida che la ministra Azzolina e il presidente del consiglio Conte hanno illustrato ieri alla stampa per il nuovo anno scolastico.

Lasciando da parte l’assunzione a tempo determinato di 50 mila nuove unità fra insegnanti e personale ATA (come se il precariato di cui soffre la scuola non bastasse), e la mancia di un miliardo di euro per quei fondi lasciati nelle mani dei dirigenti scolastici e degli enti locali per opere di bassissimo ammodernamento o adeguamento, tutto il resto è nella mani degli enti locali, regioni, provincie e comuni con la responsabilità dei dirigenti scolastici che in sinergia dovranno, con la politica “localissima”, trovare i rimedi per aprire le aule a tutti il 14 settembre.

La ministra Azzolina, dopo incontri, dibattiti e confronti con i sindacati, studenti, docenti, famiglie e presidenti di regione, non trascurando quanto nel nostro piccolo andavamo suggerendo già l’8 giugno scorso, ha messo su un programmino su cui registrare le superfici delle classi, dei corridoi, delle sale docenti e di tutti quei luoghi che chiamiamo scuola, al fine di determinare quanti studenti potranno regolarmente sedersi nei banchi a settembre rispettando quella distanza sociale di un metro tra bocca e bocca per evitate il possibile contagio.

La ministra dice che ha completato il database nazionale, con i dati provenienti dalle scuole della penisola e dagli enti locali (proprietari delle scuole sul territorio comunale dall’infanzia alla media inferiore), per circa il 78%. Il dato che viene fuori, certamente sconfortante e pensiamo non corrispondente alla realtà, vedrebbe un 15% di studenti privo di aula, di banco e crediamo anche di insegnati, perché, diminuendo la superficie della classe per far fronte al distanziamento viene meno la possibilità di concedere “scuola” a tutti.

Come fronteggiare l’emergenza?

E visto che solo oggi la politica, dopo aver praticamente raso al suolo l’istruzione pubblica negli ultimi venti anni sempre più a favore di quella privata destinata solo a pochi, ricchi, si inventa che scuola può essere anche la biblioteca, il museo, il giardino o quella vecchia stalla ormai abbandonata.

Oppure si ricorda, cosa ancora più grave, di utilizzare quelle vecchie scuole o aule lasciate al degrado dopo il famoso riordino scolastico che come quello visto sulla sanità, danni incalcolabili ha causato.

Ma considerato che abbiamo veramente a cuore il nostro futuro che solo una scuola libera, democratica e inclusiva può assicurarci, non potendo sperare in una rivoluzione non solo culturale, siamo qui a barcamenarci per trovare soluzioni possibili ed auspicabili. Lasciando in disparte gli scenari che da più parti prendono corpo su una nuova ondata di contagi questa volta più nefasta in prossimità dell’autunno (troppe inaugurazioni, partitelle notturne ed assembramenti senza controllo), la strada da intraprendere appare segnata.

Se come dice la ministra Azzolina, i dati raccolti sono stati forniti dalle scuole e dagli enti locali, chi più delle dirigenze scolastiche insistenti sul territorio insieme al comune, dovrebbe sapere ad oggi quante bambine e bambini, quante ragazze e ragazzi potranno tranquillamente e in sicurezza sedersi in quei banchi?

Le Scuole, i dirigenti, i collegi dei docenti, gli assessori alla pubblica istruzione e gli amministratori tutti sanno come eventualmente sopprimere le classi pollaio non più concepibili che sino ad oggi hanno caratterizzato l’istruzione pubblica rendendola “possibile” mettendo le basi per la nuova Scuola che ci auguriamo nasca?

Ed il paesello, in cui manca un parco pubblico degno di questo nome, figuriamoci l’esistenza di un prato o di un museo, in che modo saprà sopperire agli anni di indifferenza e indolenza che nulla hanno investito nelle scuole (quando lo ha fatto ha solo dato seguito agli interventi dei Vigili del Fuoco che ne constatavano la pericolosità), per assicurare a tutti l’istruzione?

Quale il piano, se esiste, che sta studiando, se lo sta studiando, dell’amministrazione comunale al fine di scongiurare la didattica a distanza, i doppi turni, o le mille sgradevolezze che la furia dell’ultimo giorno riesce a mettere in campo?

Quali le richieste che oggi, visto che settembre è domani, gli organi della scuola e l’amministrazione comunale hanno indirizzato agli organi sovra scolastici locali e sovra comunali per un nuovo anno scolastico all’insegna di un futuro sereno per tutti? Dove dovrà fare didattica quel 15% (?) di studenti tagliato fuori dalla scuola?

In quale parco?

In quale giardino?

In quale biblioteca?

In quale aula dismessa?

Dovremo assistere ancora al parcheggio in locali alla strada che andrebbero bene solo per vendere mortadella come avviene da decenni per le bambine e i bambini dell’Infanzia di via Lapenna?

Augurandoci poi che l’anno scolastico 2019-2020 riesca presto ad essere dimenticato dagli studenti tutti, di ogni età, per l’assurdità della mancanza del quotidiano e necessario confronto de visu con il docente e con la carenza di abbracci, sorrisi, solidarietà ed empatia, le amministrazioni comunali, compresa quella del paesello, sapranno mettere in moto la macchina dell’ingegnosità e dell’impegno concreto al fine di evitare inutili e dannose interruzioni della didattica?

Ci riferiamo alle consultazioni elettorali del 20 e 21 settembre prossimo.

Possibile non ci siamo altri luoghi che le amministrazioni comunali possano proporre alle Prefetture e al Ministero degli Interni, dove adibire i seggi elettorali? Possibile che dopo una settimana dall’inizio del nuovo anno scolastico qualche milione di studenti dovrà forzatamente rimanere a casa perché la classe dovrà, sul banco, ospitare l’urna?

Staremo a vedere.

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