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E poi dicono che l’economia non gira.

Sono di quelle notizie che, apprese all’improvviso, senza una giusta preparazione, ti fanno rischiare, tra capo e collo, un colpo “a-polpettico”.

Ma si può? anche in prossimità delle feste, della festa per eccellenza, comunicare così alla “cruda”  calendari di apertura e chiusura di un centro commerciale?

E ai malati di cuore, l’aspirina cardiaca dobbiamo far prendere?

Defibrillatori, a me!

Apprendiamo che il centro commerciale, in prossimità del Santo Natale, seguirà il seguente calendario:

l’8 e il 9 dicembre dalle 9.00 alle 22.00;

e va bè.

Ma l’8 non è segnato in rosso sul calendario gregoriano?

Il 23 dicembre dalle 9.00 alle 23.00;

e mi sembra giusto: il cenone di Natale, gli ultimi acquisti, il pesce e le cozze pelose vanno rispettati.

Il 24 e il 31 dicembre dalle 9.00 alle 19.00.

E qui qualche appunto vorremmo pure farlo.

Come mai chiudono così presto quando i festeggiamenti sono previsti solo per mezzanotte? E dalle 7 di sera sino alle 11 e mezza quando si comincia a preparare lo spumante e il panettone, e fra una chiacchiera e l’altra qualcuno pure a messa va, che facciamo?

Quanta pazienza.

Ma è in fondo in fondo all’avviso, in verde, che leggiamo la notizia che mai avremmo voluto leggere:

il 25 e il 26 dicembre chiusi.

Come chiusi?

Allora ditelo che non siete per l’unità familiare.

E voi, proprio quando le famiglie si riuniscono facendo aumentare vertiginosamente le liti inevitabili che quella riunione annuale provoca in tutti noi, che fate? Chiudete?

Lo sanno tutti quello che succede durante quelle giornate:

il nonno che non sopporta il nipotino casinista a tavola deve rimanere; per non parlare della suocera che sempre da ridire ha sulla nuora che deve ancora imparare a stirare le camicie del figlio; o sulla cognata che con quella minigonna pare una donnina allegra che rattrista quelli che solo guardare possono; e dello zio che viene da lontano e che tanti soldi ha fatto? Manco un panettone porta: mai!

La lite è dietro l’angolo e la tristezza ti avvolge come una cappa di dolore.

Il marito che deve sopportare la moglie e la moglie che lo sopporta da una vita.

Sono feste e riunioni familiari che anche in tragedia possono sfociare.

Parenti serpenti che appresa la notizia dai vecchi che più soli non vogliono rimanere e che con i figli vogliono andare ad abitare, saltano in aria con quel nuovo regalo dell’ultimo minuto: la stufetta a gas con la bombola.

La filmografia e la cronaca sono pieni di episodi di questo genere: ci si uccide, ci si ferisce, si da in escandescenza, si bestemmia e si rutta a più non posso. Tutte quelle ore trascorse insieme a scrivere i messaggini d’auguri, a parlar male del vicino impiccione e di quell’auto che hai cambiato ma è un bidone. Per non parlare di stare a sopportare la moglie che «questo è l’ultimo anno che faccia la schiava in cucina per la tua famiglia» e del cognato che spilucca qua e là con le mani sporche da camionista.

E voi, sapendo tutto questo, che fate?

Ci lasciate fuori?

E noi che dovremmo fare senza quelle corsie di prodotti dietetici e di pane integrale che vegano è bello? Rimanere a casa, sul divano a vedere la tv o al tavolo a giocare a tombola o al tresette?

Per i più fortunati il burraco sta.

Che palle!

Non poter prendere quella monetina, infilarla nel carrello per renderlo libero e noi insieme a lui scorazzare fra gli assorbenti e i pannoloni per l’incontinenza che senza zucchero rimaniamo sempre.

Con i bambini che ti rompono i timpani con gli ultimi regali scartati, con quella puzza di pesce marcio che esce dalla cucina, con quello stronzo che solo di pallone sa parlare, trascorrere quelle serate noiose in famiglia quando una passeggiata in galleria ci tirerebbe su il  morale. E senza neanche la scusa di andare a comprare le mollette che domani devo stendere, sperare che un meteorite colpisca la terra pur di farci uscire.

Ma se il lutto della disperazione colpisse solo noi, acquirenti compulsivi che niente accattano, sarebbe niente.

Noi ai lavoratori pensiamo.

Senza quella levataccia all’alba per pulire la cassa e senza quello scorazzamento convulso fra la farina e quel pallet che in piedi non vuole stare. Quei lavoratori che non vedono l’ora di prendere servizio per liberarsi da quella morsa mortale dei figli, dei parenti, dei mariti e delle moglie e degli affetti, buttati così, senza ritegno sul quel divano seduti a capotavola dovranno sobbarcarsi pure la spesa del pranzo e della cena senza che quelle morbide scarpe antinfortunistiche con la punta rinforzata li possano far librare nell’aria liberi di lavorare e produrre.

Poveri lavoratori che non colpiti abbastanza l’8 dicembre, che solo alle dieci di sera hanno chiuso, dovranno aggiungere l’offesa della chiusura completa del 25 e del 26 dicembre iniziando il nuovo anno che triste si preannuncia visto che neanche na scatoletta di tonno potranno sistemare sugli scaffali.

E poi dicono che l’economia non gira.

 

 

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