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I gialli, la cronaca nera, Mussolini e il serial killer Cesare Serviatti.

A chi di noi non sarà capitato di avere fra le mani e leggere un libro giallo? E poi perché il giallo da noi è sinonimo del romanzo poliziesco in cui si racconta di delitti, alcuni dei quali efferati, a cui quasi sempre l’ispettore integerrimo e con il fiuto dell’indagine riesce sempre a scoprirne l’autore?

Il tutto nasce nel 1929 allorquando la Arnoldo Mondadori Editore inizia la pubblicazione de I libri gialli, noti anche come i Gialli Mondadori che con la loro inconfondibile copertina gialla, narravano fatti delittuosi e le relative indagini.

Da principio erano traduzioni di scritti di autori tutti non italiani: Ss Van Dine e Agatha Christie, per citare i più noti. Erano molto ricercati e molto letti. Agli italiani piacevano quelle storie intriganti e piene di suspance in cui avevano modo di percorrere le indagini che alla fine avrebbero condotto all’assassino.

Ma a Benito Mussolini e al fascismo questo genere di “letteratura”, come tutta la cronaca nera in genere, non era gradita.

Si cominciò a pretendere, e la censura in questo fu spietata, che nessuna delle storie narrate si potesse svolgere in Italia e che se ciò fosse avvenuto l’assassino non poteva che essere o un nero o un ebreo.

Sembra, guardando all’oggi e cambiando i protagonisti, che i corsi e ricorsi storici di Giambattista Vico siano sempre stati e continuino ad essere una realtà incontrovertibile.

Nessun italiano, bianco, mai poteva essere accomunato, neanche nella finzione letteraria, ad un feroce assassino che magari prima uccideva e poi faceva a pezzi le donne trucidandole. Bisognava tranquillizzare il popolo che non vi fossero impulsi omicidi in una civiltà come quella italica e fascista, perché, in quanto unica società salubre possibile in cui vigeva l’ordine e l’armonia accompagnate dalle regole fasciste di ordine universale, non c’era spazio per simili nefandezze. E così, accanto alle Leggi Razziali (clicca qui per approfondire) e ai cartelli che spesso si trovavano all’ingresso di bar o esercizi commerciali vari, «vietato l’ingresso a cani ed ebrei», il Minculpop (Ministero della cultura popolare) cominciò una ferocia guerra nei confronti non solo della casa editrice Mondadori, sequestrando quei libri che non si attenevano alle disposizioni, ma anche e sopratutto nei confronti di quegli autori italiani che ne avessero seguito le orme. Vennero praticamente imposti scrittori, italici, che ambientarono le loro storie in poco credibili città americane in cui, sottofondo il  jazz, musica considerata dal regime corrotta e negroide, venivano consumate le tragedie omicide.

Eppure durante il fascismo che per la stessa logica applicata ai romanzi gialli e alla cronaca nera bandita dai giornali pretendeva che mai nessuno potesse sostenere che i treni facessero ritardo, ci fu un caso degno del più bel romanzo giallo mai scritto.

Nato a Subbiaco il 24 novembre 1880, Cesare Serviatti prima macellaio, poi infermiere, poi custode e infine gestore di un piccolo albergo, che da bambino voleva fare il boia, attraverso un annuncio pubblicato sui giornali, “Pensionato, 450 mensile, conoscerebbe Signorina con mezzi. Preferibilmente conoscenza scopo matrimonio”, adescava nella sua rete donne che poi uccideva.

Le indagini, partite il 16 novembre 1932, undicesimo anno dell’era fascista, dopo che su di un treno alla Stazione di Napoli erano state scoperte due valigie contenenti un cadavere con parti di una di donna fatta a pezzi avvolti nelle pagine di un giornale inglese, si fanno sempre più intriganti allorquando il giorno dopo, alla Stazione di Roma Termini, viene ritrovata un altra valigia contenente le parti mancanti del corpo della stessa donna ed anche questi avvolti in un giornale inglese.

Paola Gorietti, Paolina, è lei la donna uccisa e fatta a pezzi ritrovata in quelle valigie.

Ci sono molti sospettati, compreso un inglese che avrebbe fatto felice il duce che non gradiva assassini italiani, ma il Capo della Squadra Mobile di Roma, Cav. Enrico, crede di più alle indagini dei commissari Musco e De Simoni che vedono in Serviatti, quell’uomo di 59 anni stempiato, non certamente bello e con il vezzo di tingersi i baffi e la barba di nero, come maggiore indiziato.

Viene arrestato il 9 dicembre del 1932.

Messo alle strette durante l’interrogatorio di terzo grado, quello fatto con la classica luce del lume sparata negli occhi e che dura quattro giorni consecutivi, confessa, anche grazie al commissario Musco che ricorda altri casi di donne fatte a pezzi e ritrovate in mare e in un pozzo, anche altri due omicidi le cui indagini da parte della polizia non avevano portato a nulla.

Sono Pasqua Bartolini Tiraboschi e Bice Margarucci. Anch’esse cameriere come Paolina. Ingannate, illuse con la promessa di un matrimonio che mai si sarebbe potuto celebrare in quanto il Sarvietti era già sposato, derubate dei risparmi di una vita e poi uccise.

Uccise con lo stesso metodo; strangolate, fatte a pezzi e poi dispersi i resti o in mare o in un pozzo.

Non ci furono elementi validi per incriminarlo per altri simili assassini avvenuti in quegli anni.

Nel processo che iniziò il 14 giugno 1933 venne condannato per furto, rapina e per l’omicidio di Pasqua Bartolini Tiraboschi e Bice Margarucci all’ergastolo.

Per l’omicidio di Paolina Gorietti alla pena di morte.

Il 13 ottobre 1933 alle 6,24 nel poligono di Sarzana, i moschetti giustiziarono alle spalle Cesare Serviatti.

Forse questo, nonostante la parvenza di perfezione del regime fascista imposto da Mussolini, il primo omicida seriale, serial killer, d’Italia.

E con enorme dispiacere del duce non era ne nero e neanche ebreo. Non sapremo mai se gli piacesse il jazz.

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