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Il sindaco di Acquaviva e l’appello ai percettori del Reddito di Cittadinanza.

Erano le 7,31 di venerdì 30 agosto quando Davide Carlucci, sindaco di Acquaviva delle Fonti ed esponente non secondario all’interno di Italia in Comune, dalla sua pagina Facebook si rivolgeva ai 359 acquavivesi che percepiscono il reddito di cittadinanza.

Questa per me, scriveva Carlucci, è una grande conquista sociale che, come più volte ho detto, va difesa e consolidata.
Però, chiedo.

C’è tra di voi qualcuno disposto a:

– spostare le transenne durante la festa patronale e in altre occasioni simili?

– aprire, chiudere, vigilare e tenere pulito e in ordine il parco giochi?

– aiutarci a montare la segnaletica verticale?

– occuparsi costantemente del decoro e della manutenzione della città?

– aiutarci a monitorare le campagne per prevenire gli incendi e la creazione di microdiscariche?

– curare meglio i cigli e i relitti stradali in un territorio che ha 130 chilometri quadrati?

– imbiancare le aule e occuparsi di tutti i piccoli lavoretti che servono per rendere decorose le nostre scuole?
– presidiare gli istituti scolastici per rendere più sicuro l’entrata e l’uscita dei bambini dalle scuole?

E continuava: Basterebbe che il 10% o, al massimo, il 20% di voi mi rispondesse di sì per riuscire a coprire tutte le esigenze che ho elencato. E si trasformerebbe Acquaviva in una città con servizi finalmente all’altezza delle necessità dei cittadini, quei servizi che un Comune con 66 dipendenti, su una pianta organica che ne dovrebbe prevedere 130, non riesce a garantire al 100%.

Certo, chi lavora va formato, assicurato e dotato di dispositivi di protezione, e a questi aspetti burocratici dovrà pensare il Ministero con un regolamento che speriamo il nuovo governo possa approntare al più presto.

Noi, attraverso il Piano di zona e il Comune, dovremo poi applicare il regolamento.

Ma voi, non aspettate tutti questi passaggi per mettervi a disposizione di chi si occupa della cosa pubblica. Nei limiti del possibile e del consentito, fatelo già, anche a titolo di volontariato.

Cominciate a organizzarvi in gruppi che pretendano di poter svolgere una prestazione in cambio del reddito che percepiscono.
Perché altrimenti giornali, servizi televisivi, commentatori sui social, partiti politici, associazioni datoriali e lobby che magari preferirebbero che ci fosse sempre qualcuno disposto ad accontentarsi di tutto pur di lavorare, non faranno altro che puntare il dito contro di voi.

E si perderà il senso sociale di una misura che invece dovrebbe essere il primo passo verso la piena occupazione e la garanzia di salari dignitosi per tutti. Si invocheranno le regole di contabilità, i patti di stabilità, la sostenibilità economica, e si dirà che l’Italia non può permettersi una misura del genere.

Alla base del reddito di cittadinanza e del reddito di dignità c’è l’idea di una società più giusta e umana. Fatela vostra e prendete in mano il vostro futuro. Altrimenti ve lo ruberanno di nuovo.

Nonostante le condivisioni di tale scritto, i like e gli articoli di stampa che hanno messo in rilievo la “richiesta pensiero” del sindaco Carlucci, che pensiamo possa essere espressione anche di altri sindaci che ogni giorno fanno i conti con organici affamati di personale, qualche considerazione andrebbe fatta.

Come prima cosa appare chiaro a tutti che il lavoro in questo Paese bistrattato, con crescita zero e pure in recessione, esiste. Eccome se esiste.

E se è una Istituzione, come per esempio quella comunale di Acquaviva a certificarlo, dobbiamo crederci.

Ci sarebbe bisogno di quelli che spostano le transenne durante le feste patronali, di quelli che aprono, vigilano, tengono puliti e chiudono i parchi pubblici, quelli che montano la segnaletica verticale, quelli che devono monitorare le micro discariche prevenendo gli incendi, quelli che devono curare i cigli stradali, quelli che devono imbiancare le scuole non tralasciando i piccoli lavoretti che si rendono necessari compresa la vigilanza sugli stessi, all’entrata e all’uscita dei bambini, ai fini della sicurezza.

Saranno prestazioni che probabilmente, secondo qualcuno, non rientrerebbero fra le attività per cui è richiesta una altissima specializzazione, ma come qualsiasi impiego, capace di far riguadagnare quella dignità che in mancanza di un lavoro, si perde.

Ed è per tutti questi lavoretti che i percettori del RdC, visto appunto il reddito percepito dallo Stato senza che loro facciano nulla e per evitare che si adagino sul divano, come la vulgata nazional popolare ama definire tali soggetti, senza aspettare tutti quegli inutili, aggiungiamo noi, passaggi burocratici necessari al fine di regolarizzare al meglio queste attività che è lavoro a tutti gli effetti, dovrebbero organizzarsi e magari, sotto forma di volontariato dichiarato, mettersi al servizio della collettività.

Non siamo mai stati favorevoli al cosiddetto Reddito di Cittadinanza, che partito come programma elettorale per raccattare voti il più delle volte, partendo dai 780 euro mensili promessi iniziali, si è rivelato, causa fondi nelle casse dello Stato insufficienti, essere un sussidio che con tutte le restrizioni, il più delle volte, è di un paio di centinaia di euro mensili.

Ma tralasciando la mancanza totale di politiche sul lavoro che in Italia non ha uguali, considerato che lo Stato non è mai riuscito ad adempiere, coronandolo, al primo comma dell’art. 1 della Costituzione, «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», oggi si vorrebbe che i cittadini lasciati indietro dalle politiche liberiste e liberticide e da una classe politica autoreferenziale ed incapace dovrebbero, quasi vergognandosi di percepire dallo Stato un “aiuto” che renda la propria esistenza meno misera di quella che la mancanza di un lavoro determina, mettersi al servizio, sotto forma di volontariato, del comune o del sindaco che ne faccia richiesta perché spostare la transenna durante la festa patronale è necessario e ad oggi non c’è chi lo possa fare in pianta stabile.

Abbiamo scoperto tutti che gli uffici di collocamento, in Italia, non funzionano. Anche se è richiesta l’iscrizione obbligatoria da parte di coloro i quali un lavoro l’hanno perduto e di quelli che un lavoro lo cercano per la prima volta, non abbiamo esempi che tale lieta eventualità si sia mai verificata se non in casi sporadici quasi alla stregua dei miracoli. Ed è per questo che crediamo sia difficile credere che dei “tutor”, peraltro precarizzati da una legge che in toto andrebbe profondamente rivista, possano essere chiamati a risolvere il problema lavoro proponendo addirittura tre lavori distinti e separati, magari anche a distanza di centinaia di chilometri da dove si vive.

E nonostante queste incongruenze affidate a terapie malsane che la politica ha messo in atto, vorremmo far pagare interamente il conto a chi un lavoro lo cerca. La politica, che parolona la politica, invece di capire le ragioni della propria inconcludenza si serve di quanto ha contribuito far credere, (fannulloni e divano), per auto assolversi senza dare soluzioni ed anzi acuendo il problema ancora di più.

Il lavoro manca, non scendere in piazza, non farmi la guerra, rimani calmo e sereno, ti do un tantino al mese che ti aiuti a sopravvivere, ma tu devi essere al mio servizio quando voglio io, per il tempo che io ho deciso e alle condizioni da me solo stabilite.

Saremo retrogradi e giurassici, non lo neghiamo, ma più che dignità del lavoro ci sembra essere lo schiavismo del nuovo millennio.

Penso siano molto pochi quelli che, seppur percependo il RdC, vogliano che questo si protraesse nel tempo pur di non lavorare. In percentuale potrebbero essere pari a quelli che, assunti con contratti a tempo indeterminato magari negli uffici pubblici, una volta timbrato il cartellino, preferiscono il mercato per la spesa o la barca a vela.

Ed è per questo che ci vuole altro.

E l’altro che ci vorrebbe dovrebbero essere proprio quelli che la politica la praticano ogni giorno e che hanno prodotto tale sciagurato scenario, magari dall’alto della carica ricoperta, o rivestendo cariche importanti all’interno di partiti politici a proporle, ma salvaguardando la dignità che non è più o meno prestigiosa se un lavoro lo hai oppure no.

Ma perché mai questi amministratori pubblici che gestiscono le istituzioni che dichiarano essere carenti di personale, attraverso i canali che non saremo certo noi a suggerire, non impongono che un nuovo patto ci vorrebbe proprio per continuare a garantire quei servizi, molti dei quali accessori, sono strettamente necessari per il funzionamento in armonia delle comunità che sono chiamati ad amministrare?

Per questo pensiamo che, proposte estemporanee fatte magari troppo presto la mattina ancor prima che il caffè aiuti a carburare al meglio, debbano essere approfondite prima di darle in pasto a chi, per fortuna, il problema di mettere insieme il pranzo con la cena, non l’ha mai vissuto.

A proposito, non saremo mai al fianco di quei giornali, servizi televisivi, commentatori sui social, partiti politici, associazioni datoriali e lobby che non fanno altro che puntare il dito contro di voi, cari 359 percettori del RdC di Acquaviva e non solo, perché abbiamo capito da tempo che la vostra unica colpa è solo una non assennata scelta politica.

Come la nostra, d’altra parte.

Ed è per questo che da ora innanzi prendere in mano il futuro senza permettere a nessuno di rubarlo diventerà l’imperativo.

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