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L’8 marzo, non è una festa.

“Per tutte le violenze consumate su di lei,
per tutte le 
umiliazioni che ha subito,
per il suo corpo che avete 
sfruttato,
per la sua 
intelligenza che avete calpestato,
per l’ignoranza in cui l’avete lasciata,
per la libertà che le avete negato,
per la 
bocca che le avete tappato,
per le sue ali che avete tarpato,
per tutto questo:
in piedi, signori, davanti ad una 
Donna!” 

(William Shakespeare)

La pizza con le amiche, la libera uscita con i maschietti tutti rigorosamente a casa, le entrate gratis nei locali alla moda per essere loro, magari, le spettatrici dell’esibizione che vede gli uomini denudarsi e non il contrario. Per le sfortunate che un figlio hanno, il più delle volte dovranno portarselo dietro, il pargoletto. Il maschio, a casa, per una serata della sua metà del cielo, non riuscirebbe neanche a riscaldargli il latte nel pentolino. Vero?

Ma l’otto marzo non è una festa.

Le donne lo hanno dimenticato.

I maschi ci sono riusciti.

Contrastanti sono le tesi che indicano le ragioni per cui si è scelto, attraverso la risoluzione dell’ONU del 16 dicembre 1977, di dichiarare l’8 marzo “Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale“.

Qualcuno fa riferimento ad un ipotetico rogo, mai avvenuto, a New York nella fabbrica “Cotton”, appunto l’8 marzo del 1908, ma studi ed approfondimenti documentati successivi, farebbero risalire l’incendio devastante che uccise più di 150 donne e giovanissime ragazze, a quello avvenuto in una fabbrica sempre a  New York ma il 25 marzo 1911.

Una fabbrica di camicie, la Triangle Waist Company, in cui prestavano la loro opera donne fra i 15 ed i 25 anni per 60 ore settimanali senza contare gli straordinari e la paga bassa; straordinari imposti dai sorveglianti, caporali esterni, retribuiti a cottimo dai proprietari ognuno dei quali risultava responsabile della produzione di 7 ragazze.

I ritmi massacranti di lavoro, come spesso accade a scapito della sicurezza, furono probabilmente le cause di un incendio che propagatosi in quella fabbrica posta dall’ottavo al decimo piano, causò la morte di centinaia di donne che in quegli stanzoni erano chiuse a chiave dall’esterno e che non trovando vie di fuga sicure dovettero gettarsi nel vuoto per scampare alle fiamme.

Il sindacato non era mai entrato in quella fabbrica e forse non ne conosceva neanche l’esistenza: ma non erano mai entrati diritti e sicurezza sul lavoro.

Anche giovani italiane non scamparono all’incendio e a morte certa, come le sorelle casamassimesi Antonia Pasqualicchio e Anna Vita Pasqualicchio Ardito, la cui storia è raccontata nel libro Camicette Bianche Oltre l’8 marzo  di Ester Rizzo.

Casamassima rende onore a queste due giovani donne avendone intitolato una strada.

Ma tornando alla storia già dal 18 al 24 agosto del 1907, durante i lavori della II Internazionale Socialista tenutosi a Stoccarda, il Congresso votò una risoluzione nella quale si impegnavano i partiti socialisti a «lottare energicamente per l’introduzione del suffragio universale delle donne», questo solo per dimostrare che la questione femminile fece la sua veemente comparsa nel panorama politico e non solo nei primi anni del secolo scorso.

E non poteva essere diversamente vista la propensione quasi maniacale che ha visto l’universo mondo assumere sempre, non solo per la questione femminile, in verità, una lotta che il più delle volte, come quasi tutte le lotte di emancipazione e non solo, vede una contrapposizione più orizzontale che verticale con il potere costituito.

Ma nonostante il sacrificio non solo dato in termini di vittime incolpevoli per una parità non solo di trattamento economico e salariale ma di uguaglianza formale e sostanziale fra i sessi, le donne, ancora oggi, vivono quel disagio che vive la società intera che non riesce a scrollarsi di dosso il peso di una cultura che il più delle volte invece di considerare le differenze come patrimonio, se differenze vi sono,  le evidenzia a dismisura inventandole, mentendo a se stessa, per nascondere le incongruenze e le contraddizioni. Non sappiamo se oggi le donne continuino a lottare e se con la stessa determinazione di Rosa Luxemburg o di  Clara Zetkin, ma sappiamo per certo che la strada da percorrere è ancora lunga.

Bastasse una legge per stroncare la pratica delle dimissioni in bianco che le donne sono costrette a firmare perché in caso di gravidanza il posto di lavoro devono lasciare, passando attraverso una retribuzione minore anche a parità di mansioni con gli uomini, lasciando all’ultimo posto, specialmente in Italia, i posti destinati alla dirigenza e al comando. Si potrà sempre essere sfruttate in un call center, alla cassa del supermercato, lavando le scale, facendo la baby sitter o la badante magari finendo la carriera come capa commessa.

Anche l’offesa delle quote rosa, le donne dovranno subire.

Una sorta di questione femminile all’incontrario che pretende sempre più di vedere favorevolmente le donne custodi del focolare e solo di quello senza che possano pesare veramente sulle decisioni che incidono profondamente sulla società nel suo insieme. Anche questa falsa, (ma questo è un altro argomento?), rappresentazione del mondo in perenne crisi, specialmente economica più che di valori, alimenta quell’orizzontalità di contrapposizione che una strada senza via d’uscita sembra essere. Anche il dramma dell’aborto, perché comunque la si pensi è un dramma e questo le donne lo sanno e potrebbero insegnarcelo, passa attraverso quell’«autorizzazione» formale e sostanziale del medico, maschio, che decide se rispettare o meno una legge dello Stato e non la volontà consapevole, libera e incontestabile di una Donna.

La Donna, quanto clamore ha suscitato:

Nata da una costola dell’uomo, essere superiore per eccellenza, considerata immonda da sempre per aver traviato il maschio con il frutto della conoscenza e per questo condannata a patire in silenzio quel moltiplicarsi dei dolori del parto per poi essere dominata dal marito e che continuerà a soddisfare le voglie del maschio regnante sino al punto che una minigonna o un vestito particolarmente troppo scollacciato, potrà condannarla al disprezzo, alla sopraffazione e alla violenza.

Neanche lo studio l’ha potuta redimere da tutti i mali e per questo Ipazia fatta a brandelli e con i miseri resti mortali bruciati per occultarne la vita anche da morta, veniva trucidata nel 415.

Le donne, cacciate sempre come le streghe questo, a volte, lo dimenticano.

Ma oggi, dopo le suffragette che comparvero in Inghilterra e in America all’inizio del secolo scorso e dopo che solo nel 1946 in Italia viene riconosciuto loro il diritto al voto, le donne hanno continuato le proprie legittime rivendicazioni attraverso movimenti,  nati però solo dopo il 1968. In Italia sino ad allora solo la perseveranza di donne sole ma illuminate, Nilde Jotti, Tina Anselmi e Adele Faccio, per esempio, hanno dato il giusto risalto a quella questione femminile ancora lontana dall’essere compiuta.

Solo uno il dubbio che oggi ci assale.

Non sappiamo per certo se la rappresentazione della questione femminile possa essere risolta con una parità che certamente non è simboleggiata dalla donna soldato, oppure poliziotto, cioè una donna vista dall’uomo e forse dalla donna stessa, pari all’uomo per virilità e soperchieria, superandolo.  Le specificità pensiamo siano altre e a queste vogliamo credere e non certo a quelle che vedono sempre più spesso specialmente nei campioni d’incasso come i cine panettoni, le donne gaudenti nelle mani dell’uomo di turno.

E così la donna ancora oggi, nonostante i fiumi di parole, le lotte, le manifestazioni di piazza, le iniziative, sembra ancora di più vittima di quanto dall’inizio dei secoli le accuse il più delle volte infamanti loro dirette, l’hanno costretta a inseguire una parità che poi quella stabilita dall’uomo (in quanto maschio) era. Ed è.

Ma la Donna non ha sempre rivestito il ruolo subalterno che tra alti e bassi siamo abituati o siamo stati abituati a credere imprescindibile. Nelle civiltà arcaiche, quelle in cui si lottava con la lancia e con le pietre, quelle magari in cui era il fuoco l’unica fonte di luce e calore, il ruolo delle donne, il matriarcato, era dominante.

La donna era regina non solo in famiglia, ma nella comunità intera.

Perché?

Perché la donna era l’unica in grado di generare la vita.

Poi venne la civiltà, il pensiero dominante, la religione……..
Sbaglio o la donna lo è ancora, l’unica, a poter generare la vita?

Rispetto e deferenza, allora.

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