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La Costituzione al tempo dell’uomo solo al comando.

In questi giorni illustri giuristi si interrogano se siano costituzionalmente accettabili le limitazioni alla libertà individuale e collettiva, emanate con decreto dal presidente del consiglio.

Basta una emergenza sanitaria, presentata come gravissima, per consentire ad un solo uomo di accentrare praticamente solo nelle sue mani, il potere “quasi di vita e di morte” di un intero popolo?

Le primissime restrizioni alle libertà sono rappresentate dalla sospensione dei diritti stabiliti dall’art 16 e 17 della Costituzione:

Art. 16. Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche.

Art. 17 I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.

Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica.

Ma quali sarebbero le limitazioni che la Carta Costituzionale stabilisce valide per interrompere questi diritti?

In Italia, nonostante la Costituzione non esistesse e ci fosse un Re che decideva per tutti, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale allorquando la “peste nera” della Spagnola fece 30 mila morti (nel mondo intero oltre 50 milioni), non si arrivò a tanto, ed allora?

Ma non solo le limitazioni per tutti i cittadini sono al centro dell’attenzione, ma anche quelle nei confronti dei rappresentanti del popolo, deputati e senatori, che perdendo di fatto le prerogative che la stessa Costituzione affida loro attraverso il controllo sulle decisioni assunte dal governo, li mette in una sorta di “quarantena” forzosa e forzata sospendendo addirittura le sedute.

Infatti, è costituzionale la decisione del Presidente della Camera Roberto Fico che ha consentito, sentiti i gruppi parlamentari, di contigentare il numero dei deputati proporzionalmente al peso degli stessi gruppi presenti in aula e che avranno diritto di voto?

Ma attraverso quale procedura saranno scelti i fortunati che potranno votare?

Anche al Senato che per il momento ha deciso di scaglionare il voto in più momenti per non permettere un aula piena, si pensa di arrivare alla stessa decisione assunta per la Camera.

Ma un’assemblea che lascia fuori la metà dei componenti viene meno alla sua funzione non meno che se chiudesse del tutto i battenti.

È impietoso il paragone tra gli operai che a Genova hanno sollevato e messo in opera nella notte del 17 marzo una enorme campata del nuovo ponte, tenendo il cantiere aperto e non interrompendo mai i lavori, mentre deputati e senatori pensavano ad auto-proteggersi.

Da un lato un paese che resiste con coraggio, dall’altro una istituzione che invece di dare l’esempio scappa per codardia. Né si può mantenere aperto un supermercato o un negozio di alimentari, e giungere vicini alla chiusura delle assemblee elettive.

Forse che Camera e Senato valgono per gli italiani meno di salami e mozzarelle?

(Massimo Villone – Professore emerito di Diritto Costituzionale Università degli Studi di Napoli “Federico II” – il Manifesto 15 marzo 2020).

Non sembra, ma è ormai certo che la Carta Costituzionale sia stata di fatto sospesa.

Tutto questo è un pericoloso precedente.

Ed allora, sono compatibili le misure passate e presenti in materia di tutela della salute con restrizione di diritti costituzionali di così ampia portata che si scontrano in teoria col diritto primario all’autodeterminazione?

L’art. 32 della Costituzione prevede il diritto alla salute, ma non l’obbligo alla salute. Vale in materia di consumo di alcool, di tabacco, di droga persino, di abitudini di vita dissennate, autolesioniste (la vita di clochard, ad esempio), ma anche per le pratiche di piercing, tatuaggi integrali.

Il limite è uno solo: che il danno cagionato o subito alla propria salute non produca danno alla salute degli altri.

E da questo deriva il corollario che la tutela della salute collettiva è esigenza prevalente sull’esercizio di diritti costituzionali. La tutela della salute all’apice della scala di valori anche costituzionali? È così ed è necessario che sia così. La salute, infatti, non è sinonimo di assenza di malattia, ma di benessere psico-fisico generale ed è proprio questa condizione a consentire al cittadino di esercitare appieno la libertà di movimento, di viaggiare, di partecipare ai momenti di vita pubblica, di socializzare, di svolgere attività sportive, ricreative. La salute come precondizione funzionale all’esercizio della cittadinanza attiva, attraverso il lavoro in tutte le sue declinazioni, la piena partecipazione alla vita sociale, culturale e politica del Paese.  (Vincenzo Macrì – Magistrato)

Ma se il diritto alla mobilità e alle riunioni dei cittadini su tutto il territorio nazionale è messo a repentaglio da un microscopico ed invisibile virus che nei casi più gravi ci costringerebbe tutti in un letto di ospedale, non sarebbe il caso, oggi più che mai, di rivedere le politiche messe in campo sino ad ora proprio in campo sanitario? Come considerare i mille tagli subiti, le mille spending review e le corruzioni che partendo proprio da quelle regioni che oggi lamentano la scarsità di posti letto e di terapia intensiva, stanno mettendo in ginocchio un Paese intero?

Quando questa storia sarà finita, non sarà il caso di dare impulso alle forze politiche, ma in questo dovremmo essere noi in prima persona attenti nell’indirizzare il voto, affinché la fase costituente che avevamo ignobilmente mancato, come scrive Cacciari, si concretizzi e prenda corpo finalmente?

A meno che non si sia in attesa di un altro Cesare che estendendo un nuovo stato di emergenza confermi i pieni poteri al fine di far capitolare la Repubblica rendendo sovrana la dittatura.

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