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La mafia è una montagna di merda. Giovanni Impastato, il fratello di Peppino, ospite a Casamassima.

Ha con serenità e forza d’animo smisurata sopportato decisioni che lo portavano verso pericoli  e rischi che sono costati immani sacrifici, sino a quello ultimo di immolarsi, per difendere senza riguardo alcuno la sua sete di giustizia: questo è Peppino Impastato.

La notizia che immediatamente rimbalzò, letta su un trafiletto di un giornale che ricordo ancora, raccontava di un attivista di Democrazia Proletaria, formazione politica di sinistra, che «moriva suicida» armeggiando con esplosivi mentre preparava un attentato dinamitardo su una tratta ferroviaria a Cinisi, in Sicilia.

Le informazioni erano scarne e frammentarie. Quello stesso giorno, 9 maggio 1978, veniva ritrovato il cadavere di Aldo Moro rapito e in seguito giustiziato dalle Brigate Rosse ed i giornali, i telegiornali e l’informazione tutta non avevano tempo e forse la voglia, di raccontare quanto nella Sicilia di quegli anni accadeva.

Ma per molti quella morte apparve subito un assassinio di mafia e la dimostrazione si ebbe dalle centinaia di donne e uomini liberi che parteciparono ai funerali di quel giovane siciliano, così barbaramente fatto tacere per sempre. E forse anche quei pugni chiusi al cielo, quei fiori sulla strada al passaggio di quel feretro e quei volti segnati dalla rabbia ma mai dalla rassegnazione, aiutarono quella mamma, Felicia Bartolotta, distrutta dal dolore, ad intraprendere una battaglia ed una guerra legale di giustizia per arrivare finalmente alla verità.

Peppino Impastato, suo figlio, era stato selvaggiamente assassinato per mano mafiosa armata da Gaetano Badalmenti, uno dei capi indiscussi della mafia in quell’isola.

Nel 1977 Peppino, un giovane ventinovenne, con un gruppo di amici e compagni, inaugurava in un paese ad una ventina di chilometri da Palermo, Terrasini, Radio Aut, ricevibile sui 98.800 MHz. Da un anno la Corte Costituzionale aveva liberalizzato l’etere e cominciavano a nascere in varie parti d’Italia le cosiddette radio libere. Peppino Impastato su Radio Aut mette in atto Onda Pazza e Mafiopoli, trasmissioni che in maniera sarcastica ed  irriverente parlano della politica del momento e della mafiosità e dei mafiosi.

L’indole ribelle del giovane di Cinisi indusse il padre, mafioso anch’egli, addirittura a scacciarlo di casa perché la politica e la mafia non potevano essere sbeffeggiate e ridicolizzate per le atrocità che mettevano in campo così come Peppino faceva con le sue continue denunce durante i suoi comizi o in radio. E fu per questo che la mafia decise che quella voce non poteva più gridare impunemente La mafia è una montagna di merda.

Oggi rimane il fratello di Peppino, Giovanni, a ricordare quei momenti, quella storia triste ma di primaria importanza non solo per il riscatto della Sicilia, ma dell’intero Paese circondato ancora, però, dalla mafiosità che dismessi i panni degli uomini vestiti di nero con la coppola calata sugli occhi ed armati di lupara pronti a colpire la libertà e l’AUTodeterminazione, oggi indossando la camicia bianca o il tailleur occupano gli uffici, le grandi imprese, le istituzioni: ha imparato a parlare un forbito italiano, la mafia, e quando colpisce ha capito che ci sono altre possibilità per distruggere il dissenso: non solo un colpo di pistola in testa.

Ed oggi ho rivisto Peppino in quella palestra auditorium del Majorana di Casamassima.

Peppino oggi era lì e lo si poteva scorgere in quei volti non imbruttiti dalla vita, in quegli sguardi vispi, allegri, candidi e riflessivi di quelle bambine e di quei bambini che ci hanno insegnato l’impegno civile per la libertà e  la giustizia.

Un grazie a Giovanni Impastato per le sue parole e per la sua testimonianza, un grazie alla Scuola Rodari che ha organizzato l’incontro, un grazie ad Adele Nicassio, un grazie a Nicoletta Lilli ed un grazie a Domenico Locorotondo per la lezione di vita impartita a tutti noi oggi.

 

 

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