Loading

La mano del diavolo.

C’era una volta un castello.

E c’era anche un conte a capo di quel castello costruito nella roccia di quella montagna che dominava la valle. Ai suoi piedi sorgeva una chiesetta che risalendo verso quel castello dalle trecento stanze, giganteggiava con il campanile quasi più alto della vetta.

Figlio del suo tempo, il padrone del castello e di tutto quello che lo circondava sino al mare, spadroneggiava e con i bravi al suo servizio, tiranneggiava con prepotenza chiunque fosse al suo servizio e per le sue cupidigie e per suoi impulsi, metteva in atto le azioni più atroci solo per soddisfare la voglia di supremazia.

Dio si era dimenticato di questi uomini.

Il corno, il cui suono si espandeva fra quei tuguri vicini e lontani, segnava l’inizio di ordini a cui seguivano, inesorabilmente, atti di sottomissione e di obbedienza.

Le campane scandivano il tempo sempre uguale..

Ma il re che aveva concesso l’uso di quelle terre e di quei possedimenti a quel conte, gli confiscò castello, terre e il contado al suo servizio, assegnandoli, dietro lauta ricompensa ad un marchese.

Con il marchese, il castello e la valle vissero un periodo moralmente superiore e con l’ispirazione di umanità e giustizia che lo contraddistingueva, il popolo, sino a quel momento vessato e tartassato, non gli mosse mai biasimo.

Cavalieri ed uomini coraggiosi pronti a mettere a repentaglio la propria vita, difendevano il loro padrone come bestie da soma. A capo di questi uomini, però,  c’era Peppino, un assassino e un bandito che, dotato di mille arti diaboliche comandava quell’esercito al servizio del marchese.

Da anni, fra il marchese ed un barone che lì vicino aveva le sue terre, perdurava una lotta sorda e continua che non poche volte era sfociata in conflitti micidiali e sanguinosi in cui, come per tutti i conflitti, erano i popoli a pagarne il prezzo più alto. Intere famiglie di contadini, da ambo le parti, avevano provato sulla propria pelle uccisioni, stupri e violenze che non risparmiavano nessuno.

Neanche i bambini.

E le bambine; lascio voi immaginare.

Arrivò il giorno però, che i due feudi vicini, viste le numerose perdite che da ambedue le parti portavano morte e distruzione, decisero di incontrarsi e messe da parte le beghe sui confini, cessando la lotta accanita e feroce, si adoperarono per arrivare ad un accordo.

Anche i popoli a loro sottomessi, parteciparono alla gioia della tregua sperando in un futuro migliore. Sembrava certo ormai a tutti che le azioni vergognose che funestavano i due regni sarebbero terminate.

Per sancire l’accordo il barone chiese ed ottenne dal marchese il privilegio di battezzare un suo nipote che da poco aveva visto la luce.

I festeggiamenti in cui non si distinguevano più i sudditi di uno dall’altro, durarono otto giorni e otto notti. Un tripudio di colori, di braci, di canti e di balli festosi animarono quella moltitudine di persone che non capirono la sciagura che si andava delineando.

Il marchese aveva una figlia. Bella come il sole, non aveva, vista la sua giovane età, conosciuto l’amore. Aveva 18 anni.

Il popolo che, dimenticando sempre le angherie subite e con ancora il sangue dei suoi figli che imbrattava le vesti e le pareti di quelle capanne in legno che tanta violenza avevano sopportato, credette possibile che quella figlia potesse essere promessa in sposa al barone. Il barone, che i più ricordano come uomo probo, gentile e dall’aspetto sobrio e garbato poteva essere lo sposo ideale. Quel matrimonio avrebbe potuto rinsaldare i rapporti fra i due regnanti e sarebbe divenuto certezza di pace e prosperità per tutti. Le donne, che trasformano le pulci in cavalli, davano per certo ed imminente il fidanzamento.

Addirittura le porte delle carceri furono aperte in segno di giubilo.

La figlia del marchese ed il barone, che mai prima di allora avevano posato lo sguardo l’uno sull’altra, si accorsero che l’odio che sino ad allora aveva albergato nei loro cuori, si era tramutato in simpatia. La notte dopo quel primo incontro la figlia del marchese si accorse di essersi innamorata di quell’uomo fantasticando sul suo avvenire al fianco di quel cavaliere che elevava i sui sogni. Anche il barone non dormì quella notte sognando quelle labbra che presto sarebbero divenute sue.

Ma si sa, l’amore spesso nasconde insidie inaspettate.

Il barone volle aver la certezza che i suoi sentimenti fossero ricambiati da quella fanciulla che tanto lo aveva colpito. Chiese licenza al padre della giovane marchesina di poter trascorrere con lei alcuni momenti. La porta rimase socchiusa durante il loro incontro e mentre un turbinio di emozioni si accalcava nei loro animi il barone le confessò quello che il cuore gli suggerì.

Le dichiarò il suo amore e come ricompensa ricevette l’amore di lei.

E quel sentimento vibrò sulle labbra degli innamorati lasciandoli senza parole.

Ma il marchese all’improvviso morì.

Suo figlio, come era usanza, ereditò dal padre il castello, le terre ed il contado che abitava e lavorava quelle terre. Anche la sorella ed i fratellini più piccoli divennero, loro malgrado, esposti alle decisioni del fratello. Dimenticando ben presto gli insegnamenti ed il cammino che il padre gli aveva indicato, decise, senza amore, di sposare Caterina, figlia di un importante e noto gentiluomo per assicurarsi una grande dote ed un futuro più ricco. Il fidanzamento prima e le nozze poi, attirarono nobili e cavalieri da ogni parte. Ma ai festeggiamenti il barone non fu invitato è seppe del fidanzamento sfarzoso e del matrimonio principesco attraverso le cronache di una donna che teneva al suo servizio e che utilizzava come messaggera per la sua amata.

Il figlio del marchese, una volta sposato, decise sorti diverse anche per la sorella. La diciottenne fu promessa in moglie ad un uomo che veniva da lontano ma molto apprezzato dal Re che lo considerava quasi suo pari. E così anche il fidanzamento della sorella con quell’uomo che ella assolutamente  non amava ebbe inizio.

Per il barone questo fu un colpo mortale.

Non ci furono rapimenti, non ci furono rimostranze, non ci furono arrampicate sulle quelle mura di quel castello per raggiungere la donna amata e seppur consapevole della volontà contraria dell’amata a quelle nozze ormai decise, spinto dalla messaggera decise, con la complicità di Peppino, lo sgherro al servizio del vecchio marchese ormai morto, la sua vendetta.

Una mattina gelida, all’alba, in un giorno in cui le campane suonavano a festa, entrò nel castello e le lame delle spade, gli archibugi, le lance, lasciarono una scia di sangue che dal castello su quella montagna, come un ruscello in piena, arrivò a valle.

Nessuna delle trecento porte venne risparmiata. Anche la chiesetta ai piedi del castello divenne un camposanto.

Le guardie nulla poterono contro quella furia omicida che si abbatté sul castello. Il giovane marchese fu raggiunto nelle sue stanze e mentre la giovane sposa veniva uccisa con un fendente di spada, fu legato e tenuto prigioniero. I fratellini, di appena 8 ed 11 anni furono decapitati e le loro teste usate come pendaglio sulle mura del castello. Non si salvò nessuno da quella furia omicida che vide il barone, insieme a Peppino, macchiarsi delle più atroci malvagità che anche i morti mai avrebbero potuto immaginare.

Il barone riuscì ad avere la meglio su quella porta che divideva il suo vecchio amore dalla vendetta. Entrò, la guardò fissamente negli occhi e dimentico dei baci e del sentimento che lo aveva pervaso dal primo momento e alla presenza di Peppino la violentò più volte senza che le lacrime di quella giovane donna scalfissero quel cuore divenuto arido. Si dice che anche a Peppino abbia concesso le grazie della giovane marchese ormai anch’essa circondata da una macchia di sangue.

A metà mattina nel castello non si sentiva più un lamento; il sangue scorreva e neanche un pianto riusciva a lottare contro quel silenzio di morte.

Il silenzio divenne assordante.

A mezzogiorno il contado, che si apprestava all’inizio dei festeggiamenti per la giornata di festa, si accorse, stranamente, che dal castello non giungeva il minimo segnale di vita. Informarono il Prefetto che inviò subito delle truppe per verificare quanto fosse accaduto e quegli uomini, seguiti dal popolo, entrando e salendo quelle scale che conducevano al castello non poterono far altro che contare i morti che intralciavano il cammino.

Vennero uccisi molti di quegli sgherri che parteciparono al massacro, ma il barone riuscì a dileguarsi e con complicità mai veramente perseguite, rinchiusa in un convento quella che sarebbe potuta diventare sua moglie e che lui aveva seviziato e vilipeso si diresse verso la costa e da lì si imbarcò per terre lontane dove morì, trafitto da una palla di cannone, qualche anno più tardi.

Nacque una bambina da quello stupro e si dice fosse di una bellezza cento volte superiore a quella della madre e che portò nel suo cuore,  senza mai sapere le vere origini della sua nascita, la disfatta della madre che ormai stanca della vita aspettò la morte come un’unica possibile liberazione.

Oggi solo distruzione e desolazione. Il tempo però, non è riuscito a cancellare quelle scale che un giorno sono state teatro di una grande  tragedie.

La mano del diavolo è ancora lì a testimoniarlo.

Commenti

commenti

Rispondi