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L’Amarcord (parziale) del Direttore.

Quel “mi ricordo”(Amarcord) in dialetto romagnolo e che Federico Fellini nel 1973 portò sul grande schermo, sono il ricordo della sua infanzia fatta dall’insegnante prosperosa che stuzzica i pensieri peccaminosi degli allievi, dello zio perdigiorno che si fa mantenere, della Mille Miglia, della ragazza che va con tutti, del padre antifascista che per il suo antifascismo beve litri e litri di olio di ricino e di un paese che aspetta, sotto la luna, il passaggio del transatlantico Rex, e poi i signori di città, i negozianti, il suonatore cieco, la donna procace ma un po’ attempata alla ricerca di un marito, il venditore ambulante, il matto, l’avvocato, la tabaccaia dalle forme giunoniche, i professori di liceo e il magico conte di Lovignano, ma soprattutto i giovani del paese, adolescenti presi da una prepotente “esplosione sessuale”. Le musiche di Nino Rota a commentare quelle scene indimenticabili che consegnano alla storia del cinema italiano una pellicola considerata una delle 100 da salvare.

E con simile premessa anche da noi, un piccolo e giovane Fellini, ricorda con mestizia, inquietudine, tedio, tristezza e malinconia il com’era bello il paesello, la vita, i rapporti umani, le strade, i luoghi che oggi, aimè, non sono più. Sembra dire che quel tempo è fuggito via e mai più tornerà.

Ed è Gianluca Zaccheo che, editorialista de La (Nostra) Voce del Paese come ama definirlo un amatore del nostro paesello, immaginando di svegliarsi una domenica mattina, preso il caffè, sintonizzato sulla tv locale, ascolta gli ultimi accadimenti. E forse, mentre disbriga in bagno le ultime faccende, con la radio che gli fa compagnia, tra una canzone e l’altra sempre targate Casamassima, esce per strada e comincia la sua passeggiata. Fa uno strano giro Gianluca, ma è giovane, ha ancora quella forza nelle gambe che sarebbe ingiusto non avere a quell’età, e passando dalla Pretura, arriva all’Ospedale sino a spingersi sino al Campo di Calcio dove da lì a poco la squadra di casa si contenderà i due punti in classifica. Allora i punti in caso di vittoria erano due e non tre come oggi.

Dal Campo si sposta in Villa gremita di bambini che giocano a pallone  e che si divertono a biliardino. Ma forse il Chiosco della villa non lo vede. Poi, per una commissione, arriva al Campo da Tennis dove due temerari si affrontano all’ultimo set. Prima di sedersi a tavola e buttarsi a capofitto nel pranzo domenicale, il nostro giovane Gianluca sceglie di comprare un biglietto per il Cinema e di prenotare a Teatro il posto per quello spettacolo di Luigi De Filippo che verrà questa settimana. Questa era Casamassima degli anni 80; una città da sogno.

Una Tv e una Radio locale, la Pretura, l’Ospedale, il Campo da Calcio, uno da Tennis, una Villa Pulita e molto frequentata e addirittura un Palcoscenico teatrale calcato dai maggiori attori italiani. Questa era. Ora non più.

Come Gianluca non staremo ad indagare le ragioni della chiusura della Pretura, o quelle dell’ospedale e neppure perché dopo trent’anni si sia ancora senza un parco comunale e con le scuole in disarmo. Non indagheremo neanche le ragioni per le quali dopo aver speso del denaro pubblico il campo da tennis, divenuto un ginepraio di linee colorate sia ancora in quello stato e come lui, ci poniamo un solo interrogativo: come mai il paesello è così profondamente involuto rispetto a trenta, trentacinque anni fa?

E la risposta è lo stesso Gianluca di Amarcord che la fornisce.

Dopo qualche pagina, commentando la decisione del Commissario Prefettizio che concede in comodato d’uso gratuito per 8 anni al Comitato San Rocco dei locali posti all’interno del Comune che si affacciano sull’ingresso monumentale, scrive:

«Ci chiediamo sarebbe forse stato meglio continuare a tenere chiuso l’ingresso storico del palazzo municipale? Noi, francamente, crediamo proprio di no».

Probabilmente caro Gianluca, la tua passeggiata domenicale fra pretura e cinema non si è spinta sino al Comune. Come mai non sei passato dalla piazza quella domenica? Per andare in Villa, che strada hai percorso? Eppure è sempre stato il centro del paese, e trent’anni o trentacinque anni fa lo era ancora di più. E alla tua memoria non ti vengono in mente le processioni che partivano da lì? Possibile che tu non abbia mai partecipato a un 2 giungo o a un 25 aprile? Possibile tu non ricordi quando da lì le autorità civili partivano con le chiavi da far custodire alla Madonna?

Possibile tu abbia rimosso in questo modo il ricordo di quei Vigili Urbani che quei luoghi vivevano, lavoravano e presidiavano?

Possibile che dimentichi di citare le cause che determinano lo spostamento della Polizia Municipale da quelle stanze a beneficio di quei locali commerciali alla strada sul Corso?

Possibile che tu abbia rimosso anche il ricordo di cosa rappresentasse quell’ingresso storico e monumentale di quei luoghi che solo negli ultimi dieci anni sono stati deprezzati, offesi e vilipesi riconoscendogli solo il rango di deposito di cianfrusaglie?

E se quelle cause sono state rimosse, perché la storia non potrebbe ripartire da lì?

Possibile tu abbia cancellato il ricordo di una comunità che si stringeva intorno a quel luogo, a quel palazzo, a quel simbolo?

A quell’ingresso maestoso ed imponente?

Vedi caro Gianluca, la Casamassima che tu ricordi e che i lacrimoni a qualcuno fa scendere, non tornerà più perché, molti, come te, vogliono rimuovere dalla memoria, forse scacciare, l’essenza della Nostra Storia, del Nostro essere Comunità, del Nostro essere Identità che si poggia proprio su quella simbologia che tu nascondi e deridi ed umili con il più banale dei motivi che vorrebbe quel luogo chiuso forse per mancanza di fondi o forse per mancanza, questa si accertata, di volontà.

Mi avrebbe fatto piacere che tu, proprio in virtù di quei ricordi che io non ho, ti fossi battuto affinché il rispetto che si deve ai luoghi, al Luogo per eccellenza che identifica il senso di appartenenza fosse un Patrimonio comune da cui poter ripartire per una Casamassima che certamente non vorremmo più anni 80, ma che ci faccia sentire una Comunità coesa che non baratta niente della sua storia con una apparente modernità che ci farebbe tornare al medioevo feudale.

Ti chiedi come mai il paesello sia così profondamente involuto rispetto a trenta o trentacinque anni fa? Perché, caro Gianluca, manca il rispetto dei luoghi, il rispetto dei simboli che tu vorresti radiare.

Un popolo che non conosce e non rispetta il proprio passato, non ha futuro.

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