Loading

Le verità nascoste – Il Paesello – 3° puntata

Venendo da nord prima di incontrare il paesello, quello a sud est della metropoli, si scorgeva, sulla destra un gran podere recintato da una lunga rete in metallo. La recinzione era inframmezzata da tante torri di forma ottagonale che diventano imponenti in prossimità del cancello di ingresso. Tale complesso racchiude tante costruzioni basse e di gran pregio. Qui avevano trovato la propria dimora ricchi cittadini provenienti dalla metropoli.

Giardini, piscine e tutti i confort possibili erano stati messi a disposizione di questi ricchi nobili. Almeno così nelle intenzioni.

Con il passare del tempo era diventato un agglomerato indistinto di abitazioni, scuro, lugubre e triste. Una inconsapevole malinconia regnava sovrana. Di fronte a tale podere, dall’altra parte della strada, facevano sfoggio di se le alte torri, queste non ottagonali, ai cui piedi una serie di lunghi fabbricati suddivisi in piccole botteghe vendevano merci di ogni tipo. C’è da dire che ultimamente alle solite scritte nella lingua corrente, si erano aggiunte botteghe e laboratori sormontate da scritte strane. Parevano geroglifici. Anche qui, una volta centro di commerci fiorenti, da un po’ di tempo tristezza, noia e povertà la facevano da padrone.

Proseguendo il cammino, sempre sul lato sinistro della strada maestra, sorge un enorme magazzino dove si vendeva di tutto. Potevi trovare pane fresco, uova, prosciutto, carne e tutto quello che un povero cristo avesse avuto voglia di trovarci. Qui, a differenza degli altri due insediamenti, la vita brulicava dal sorgere del sole sino al tramonto. Un gran andirivieni di gente, di diligenze, di cavalli e di biciclette. (Le biciclette dovevano essere ancora inventate, però).

Molti raggiungevano questo enorme magazzino a piedi e qualcuno, a volte, ci rimetteva la vita.

I ponti non erano illuminati, allora.

            Tutti questi insediamenti costruiti non si sa come, non si sa perché, avrebbero causato al paesello tanti problemi. Tutti, ma proprio tutti, accusavano simili agglomerati come causa di mancanza di commercio e quindi di sopravvivenza per i poveri abitanti del paesello. Molti indigeni avevano trovato lavoro in questo grosso magazzino. Molti di loro si erano potuti sposare, avere figli, progredire. Ma questa è un’altra storia.

Trascorsero anni ed anni a discutere di come si fosse arrivati a quel punto, delle contromisure da prendere, ma ormai non c’era nulla da fare. Il danno era stato fatto e non si trovava la soluzione. Non si voleva trovare la soluzione.

            Quello che lasciava interdetto il povero viandante era che, trovandosi a passare di lì, se si fosse fermato a parlare con gli abitanti del paesello, avrebbe constatato che secondo il pensare comune, la colpa dell’impoverimento del paesello era da attribuirsi a quelli della metropoli che erano venuti lì per i loro affari, non tenendo conto delle esigenze degli abitanti del paesello. Se il viandante si permetteva di ribattere che la colpa, se mai ci fosse stata, sarebbe stata da attribuire agli stessi abitanti del paesello, proprietari una volta di quegli immensi poderi dove poi sorsero questi tre grossi insediamenti, che per arricchimento personale, li avevano venduti a costruttori indefessi, l’abitante del paesello, detto indigeno, andava su tutte le furie e non voleva sapere ragione. La colpa era di quelli venuti da fuori, conosciuti come gli ospiti.

            Finalmente, percorsi ancora poche decine di metri, si arrivava finalmente al paesello.

            All’ingresso piante dedicate ai defunti ormai spoglie e secche, facevano mostra di se e più avanti una strana pietra tonda montata su un’armatura di ferro giaceva nella sua completa inutilità architettonica, sotto una lapide scritta in una lingua sconosciuta con evidenti errori grammaticali.

            Il targhista, seguace dei barboni, aveva come compito primario quello di appiccicare targhe e lapidi in ogni dove. Figuratevi che volle intitolare una scuola ad un poeta che nessuno sapeva realmente dove fosse nato e non ad una povera ragazza morte in circostanze tristi e dolorose a cui venne intitolata quella scuola il giorno della posa della prima pietra. Un personaggio, il targhista, come gli altri mille personaggi che abitavano il paesello.

            A prima vista sembrava un paesello come tanti: le case, pochi negozi, il più delle volte disordinati, sporchi e male organizzati, la piazza, le chiese, qualche albero sparuto. Anche nel paesello si trovavano in gran quantità gli ospiti. Non solo gl’indigeni ricchi proprietari di quei fondi immensi che sorgevano fuori dal paesello si erano arricchiti vendendoli a stranieri, ma anche piccoli proprietari indigeni di fondi più piccoli, promotori di interessi diffusi, si erano arricchiti facendo costruire enormi palazzoni abitati in prevalenza, anche questi, da ospiti, come li chiamavano loro. Nel giro di un ventennio, la popolazione del paesello era praticamente raddoppiata, ma aimè il paesello anche se dava l’impressione di essere un gran paese, durante molte ore della giornata sembrava disabitato.

Gli ospiti non ebbero mai vita facile nel paesello. Loro erano abituati a comprare le vettovaglie e il necessario nelle botteghe dove trovavano cortesia, qualità e prezzi vantaggiosi. Non si comportavano certamente come gli abitanti indigeni del paesello che sceglievano di spendere i loro denari in base alla parentela che li legava con il venditore o in base alla storicità della bottega stessa. Qualche ospite si permise di aprire botteghe anch’esso, ma erano destinate, nonostante risultassero meglio attrezzate, con prezzi più giusti, con merci migliori, al fallimento e alla disapprovazione collettiva.

            Non era pensabile andare a spendere in quelle botteghe e non nelle loro.

Ma anche questo era falso.

Gli abitanti indigeni erano comunque e sempre diffidenti, non solo nei confronti degli ospiti, ma anche verso se stessi. Spesso ti capitava di sostare nella piazza centrale del paese e di fermarti a parlare con qualcuno di loro. Ti accorgevi che aveva salutato amabilmente un suo paesano, indigeno come lui e subito dopo cominciava una sequela di improperi e pettegolezzi nei confronti di quello che lentamente si allontanava, che lasciavano senza parole. Ti raccontava che il padre, ma anche la madre e i figli e il cugino avevano fatto questo e quello, che si erano comportati male, che avevano detto…… Fratelli contro fratelli, padri contro figli, madri e figlie contro tutti, sorelle contro cugine, mariti contro mogli, insomma, tutti contro tutti.

Nel paesello vi erano una moltitudine di cugini. Non credo ci fosse un altro luogo al mondo in cui tutti erano cugini gli uni degli altri. Strano, ma vero.

Insomma, in quel paese tutto avrebbe potuto regnare, ma non l’armonia e la solidarietà. Anche quelli dei paesi vicini erano non degni degli abitanti del paesello. Sembrava che nessuno, in nessun campo e per nessuna ragione avrebbe potuto competere con loro.

Tutte le loro disgrazie erano gli ospiti e non alcuni di loro, nativi, che conoscevano molto bene però, che avevano reso “invitante” il paese per quelli che del paese non erano. E come se pretendessero che gli ospiti dovessero venire al paesello, lasciare tutti i loro averi ed andare via. Se qualche ospite, dopo decenni che aveva lasciato i tributi al paesello, che in qualche modo lo avesse reso più ricco, si permetteva anche di dare una semplice idea solo per rendere più accattivante una semplice festa di piazza, giù gli improperi, gl’inviti ad abbandonare subito l’abitato e raggiungere immediatamente le porte della città. Porte della città che rimanevano sempre aperte, sia di giorno che di notte con nessuno che le presidiasse.

Avevano vissuto di pastorizia, erano coltivatori indefessi e riuscivano anche a produrre ottimi prodotti, ma non sapevano cogliere sufficiente ricchezza dal duro lavoro. Si accontentavano di vendere i loro prodotti più pregiati a carovanieri che esportavano tali bontà in tutto il mondo. Avevano tentato, si racconta, di mettersi assieme per formare una sorta di famiglia allargata di coltivatori, ma per le ragioni esposte prima, diffidenza, astio, rancori secolari, tutte le forma di società erano destinate a fallire. Anche per questo gli ospiti consigliavano forme di aggregazione al fine di rendere il territorio più ricco, ma non c’era nulla da fare. Si accontentavano di recuperare a male pena quanto speso in sementi senza voler assolutamente progredire.

Era uno strano paesello quel paesello a sud est della metropoli.

La piazza ed il corso, raccontavano i più vecchi del paese, una volta erano mete di giovani che venivano da ogni dove per corteggiare le belle figliole che abitavano il paesello. Quanti amori sbocciati lungo quel corso, quante vasche, quanti gelati, quanta allegria. Ma oggi, di tutto quel trambusto, di tutta quella sana e giovane allegria solo il ricordo. In piazza potevi trovarci i vecchietti, che ormai stanchi, attendevano il tramonto seduti alle sedie o alle poche, sporche e rotte panchine. Di giovani, a parte i bambini che la popolavano in estate per una sana e divertente partita a pallone, neanche l’ombra. Non vi erano giardini, o meglio, ville, come le chiamavano i paesani, dove i bambini potessero andare a giocare, che continuavano a rompere le scatole in piazza o dove una palla potesse ruzzolare per qualche metro senza trovare impedimenti. Il corso, anch’esso meta desiderata di tutti per la passeggiata, oggi risultava deserto e lugubre. Non vi erano luoghi per incontrarsi, per bere un buon bicchiere di vino, conversare, leggere un libro, guardare uno spettacolo. Non vi erano teatri in quel paesello. O meglio, un teatro c’era, ma si era pensato bene di buttarlo giù per far sorgere nuove case, che il più delle volte rimanevano vuote. Si costruiva molto e probabilmente c’erano molte, moltissime case in più di quelle che effettivamente ne servissero.

Ma se non volevano che gli ospiti occupassero il loro paesello perché mai continuavano a costruire così tanto? Più il paese si allargava e più i problemi aumentavano. Più strade, più spese, più manutenzioni, insomma, un controsenso completo. Ma bisognava costruire, costruire, costruire. Sembrava che le costruzioni avessero preso la meglio sulla vera sana natura del paesello. Eppure quel paese di bellezze ne aveva tante. Ma ristrutturazioni strane avevano fatto si che croci di rilevanza storica fossero sistemate nei sottoscala, che pavimenti di pregio venissero sostituiti da pietre di scarso valore, che castelli abbandonati a se stessi fossero mete di razzie che ne rubavano le bellezze. Piazzette molto belle aggiustate alla meno peggio forse per agevolare alcuni e poi il mastodontico e bellissimo monastero. Le erbacce, l’incuria e l’abbandono regnavano sovrane. Ma erano gli ospiti che dovevano andar via e non loro che avevano permesso nei secoli tale scempio. Eppure, sempre indigeni avevano rivestito le cariche più alte nel governo cittadino, sempre qualcuno di loro aveva la responsabilità, non solo politica, ma soprattutto morale di quello che continuamente avveniva. La città vecchia, anch’essa bella nella struttura e nella forma, abbandonata a se stessa con qualcuno fermamente convinto che il recupero sarebbe stato possibile solo attraverso una mano di vernice blu. Vi ricordate la scuola che doveva essere abbattuta e che una mano di vernice poteva salvarla? Ma non bastava certamente una mano di calce colorata per nascondere lo scempio che del paesello avevano fatto gli indigeni. Non parliamo poi delle scuole; anch’esse sistemate alla meno peggio in botteghe alla strada.

Sagre e feste per i prodotti tipici fuori stagione; sembrava quasi che le sagre e le feste si organizzassero per svuotare magazzini e botteghe di prodotti vecchi per dar spazio ai nuovi.

Ma non si poteva parlare, non si potevano dare suggerimenti: bisognava subire in silenzio e mosca.

Era un paese che si accontentava, era un paese che mai avrebbe ricercato il meglio perché il meglio non cercava neanche mai di raggiungerlo.

La cosa strana che accadeva regolarmente era che se aveste voluto incontrare qualche paesano, bene, lo avreste sicuramente incontrato non al paesello, ma nei paesi e/o nelle città vicine. Lì andavano per chiacchierare, per passeggiare per vedere una rappresentazione teatrale. Lì si recavano per uscire con i propri amori, con i propri figli, con i propri amici. Nel paesello no.

Non c’era peraltro la possibilità.

Gli ospiti, probabilmente, avevano costretto i poveri cristi del paesello ad evolversi in fretta. Il passaggio dal medioevo all’età moderna è stato lungo nella storia, ma in quel paesello, ancorato a vecchi schemi, era stato troppo veloce ed i risultati erano sotto gli occhi di tutti. Come per gli abitanti del paesello e per gli abitanti di tutti i paeselli e città, c’erano quelli bravi e quelli che bravi non erano. Sarebbe superfluo affermare che anche fra gli ospiti tali differenze erano conclamate. Ma il discrimine per gli abitanti del paesello non era la suddivisione fra bravi e non bravi, ma tra indigeni ed ospiti.

Ci si potrebbe ancora soffermare sul paesello, sulle contraddizioni che lo animavano, ma le elezioni incombevano e le liste cominciavano a prendere forma.

Che strano paesello quel paesello a sud est della metropoli.

Che strano paesello quel paesello pieno di risorse e di potenzialità che gli indigeni stavano distruggendo.

(Tratto dalla mente giocherellona e skizzata di Maurizio Saliani e quindi con nessun riferimento alla realtà, passata, presente e futura. Riferimenti, personaggi, circostanze, accadimenti puramente immaginari. Lo scritto è frutto di una traduzione dal negresco antico).

Commenti

commenti

Rispondi