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Le verità nascoste – Il sindaco (e le amministrazioni precedenti) – 2° puntata

Che strano paesello era quel paesello a sud est della metropoli.

Tre anni prima della caduta del sindaco che aveva come peggior nemico se stesso (per convenzione da questo momento lo chiameremo destro), era caduto un altro sindaco, detto “il professore” (per convenzione lo chiameremo sinistro).

Bene, vi sembrerà strano, ma anche “il professore” sinistro era caduto nello stesso modo del successore (destro):

un documento, una firma e via.

Un disonore inimmaginabile.

Quella volta “l’omicidio” si consumò non nella metropoli, ma in un paesello vicino, Gioioso.

Anche quella volta, se la memoria non mi tradisce, erano presenti tanti uomini ed una donna sola.

Anche quella volta nessuno passò per la cassa.

Strana storia quella del sindaco professore.

Neanche le fontane e neppure le palestre aperte, ma chiuse, riuscirono nell’intento.

Per non parlare delle pacche sulle spalle.

Certo per il “professore”, amante delle anatre al sugo e buongustaio dal fine palato, la storia era iniziata male, molto male. Risultò sindaco ma con una maggioranza non sua. Volle ad ogni costo provare a governare ma sarebbe stata opera di illustre statista quella di mettere insieme, almeno a parole, anime diverse.

Impresa che riuscì, qualche tempo dopo, ma a livello nazionale, al segretario del suo partito sinistro che attraverso una sortita politica spregiudicata, riuscì prima ad impossessarsi del partito stesso, e poi, attraverso il gioco delle tre carte, ad imporre al Paese un governo rappresentativo degli opposti(?).

Il famoso patto imperiale nazionale.

Un governo che rappresentava la tesi e le contro tesi; tutti insieme appassionatamente.

Ma sei i cittadini della Repubblica non riuscirono a capirne il fine, perché mai quei poveri cristi del paesello avrebbero dovuto capire le logiche di tale politica? Figuratevi che anche quelli conosciuti come gli antagonisti, poi, antagonisti a che, non mossero un dito per il proprio rappresentante che sedette stabilmente, sino alla fine, al governo cittadino.

Ma questa è un’altra storia.

Andiamo con ordine, torniamo ai giorni nostri.

La storia di destro.

La campagna elettorale fu al fulmicotone.

Si presentarono vari schieramenti:

il primo, destro, cappeggiato dal sindaco che aveva come miglior nemico se stesso e che raccattò al suo interno anche quegli uomini e quelle donne che parteciparono attivamente al governo del sindaco sinistro, il “professore”, seguiti questi da vari esponenti più o meno presenti nella vita politica del paesello con all’interno strani personaggi che non si è mai capito realmente cosa volessero (?) e a cosa aspirassero veramente (?). Questo gruppo politico, in seguito guidato da architetti portatori di interessi collettivi, sempre presente, ma sempre non determinante nelle scelte(?), diventò ben presto come la “ragazza immagine” che si usa per un po’ di audience in più.

La televisione non era stata neanche inventata a quel tempo.

Insomma, quella che fai accomodare sulla sedia, a cui imponi di far intravedere un po’ di coscia lunga e che se caso mai dovesse proferir parola tanto sai che non se la fila nessuno.

Il secondo, quello dello schieramento del “professore”, sinistro, volle, fortissimamente volle, presentare alla carica un uomo, presentato come il nuovo che avanza, che di nuovo, in quella campagna elettorale, ma non solo, aveva il vestito nuovo, comprato proprio per l’occasione.

Fu così che lo schieramento di sinistro perse a favore di quello di destro.

Ma questo sulla carta.

Chi e cosa rappresentasse il sinistro o il destro, neanche se ritornassero al mondo illustri scienziati di fama internazionale, riuscirebbero a capirlo.

Fece la comparsa anche, in quella dura(?) e combattiva(?) campagna elettorale, anche un gruppo di uomini e donne, che nonostante legami “di sangue” ed esperienze pluridecennali con il palazzo, avevano la pretesa di passare sopra quell’insulso “scontro” sinistro destro. Loro, gli indipendentisti, erano veramente il nuovo, loro volevano veramente il cambiamento, loro i depositari di interessi collettivi e non particolari.

La storia riporta alle cronache altre faccende.

Fra questa estenuante ed inefficace lotta fra destro e sinistro, c’erano anche i sinistri. Una formazione che si tradì da sola nelle false promesse di un omino che era per tutti catalizzatore di idee nuove e innovative ma che, nonostante ad ogni tornata elettorale incarnasse i panni del salvatore della patria, non mancava mai di ritirarsi sempre all’ultimo momento.

Questione di stile e di coerenza (sic).

E così, l’omino che sarebbe diventato sindaco avendo contro anche se stesso, vinse le elezioni e cominciò a governare(?).

“Erano gli amici che avrebbero dovuto controllarne l’azione di governo”, dissero in seguito sostenitori, forse loro malgrado, dell’omino divenuto sindaco.

Ma se solo ed unicamente un’immagine potesse rappresentare i tre anni di questo sindaco, basterebbe soffermarsi al primo consiglio comunale.

Il primo consiglio comunale, non si sa per quale scopo, forse per dimostrare alla cittadinanza la trasparenza del palazzo, si tenne in piazza e fu un clamoroso autogol. Per tutti.

A proposito di autogol, si precisa che a quel tempo il gioco del pallone non era stato ancora inventato e la moviola non si sapeva neanche cosa fosse.

I cittadini seduti ed in piedi affollavano la piazza e loro, i consiglieri, sedevano al tavolo.

Il consiglio non poteva iniziare perché, udite udite, mancavano all’appello consiglieri di maggioranza. Il sindaco cominciò a telefonare a destra e a manca, ma non riusciva a comunicare con gli assenti. Nel frattempo strane e colorate bandiere, inneggianti ai barboni, facevano bella mostra di se in piazza, fra risolini e sarcasmo generale. Il targhista e i suoi adepti, da ogni dove, erano giunti sin là. I consiglieri di maggioranza erano agitati perché le cariche che quell’assise avrebbe dovuto eleggere dovevano essere concordate, ma concordia non ci fu. Pensate che ad un certo punto mancò addirittura il numero legale per continuare la seduta, ma ci pensò l’opposizione, ospite non pagante, a garantirne la legittimità.

Fu in quell’occasione che il vestito nuovo del candidato sindaco sinistro si procurò la prima macchiolina. Ne avrebbe fatto incetta di macchioline quel povero abito nuovo.

Differenza fra destro e sinistro, questa la differenza(?).

E poi vennero le deleghe fatte e ritirate, e poi venne l’aumento delle tasse attraverso le accise che qualcuno si chiese se si dovessero applicare anche ai lumini dei defunti.

(Bisogna dire che la scomparsa prematura di un uomo chiave dell’amministrazione di destro aveva aperto scenari inimmaginabili).

Le defenestrazioni, le cacciate di tutti, il reintegro di alcuni, la lotta senza quartiere a tutto e a tutti ed altre mille e mille castronerie, malissimo gestite, che portarono alla santa alleanza ed alla cacciata del sindaco.

Ma la cittadinanza, assente, stanca, orba e per nulla attiva, non si accorgeva che il paesello continuava il suo lento ed inesorabile cammino verso il ciglio del baratro. Strade al limite della praticabilità, attività commerciali allo stremo, rifiuti che solo grazie al buon Dio (per chi ci crede), non raggiunsero i primi piani delle case, attività culturali completamente assenti, insomma, una comunità allo sbando.

La lotta contro un colosso della distribuzione occupò la cronaca politica  per parecchio tempo. Una lotta condotta fuori tempo massimo e completamente fuori della realtà, non certo per le ragioni che ne motivavano la presa di coscienza, ma perché gestita malissimo e senza costrutto, come peraltro erano gli uomini sulle cui gambe si montava la protesta. Presenti al governo cittadino per decenni, ma sempre silenti.

Non si ricordava a memoria d’uomo una presa ufficiale di critica nei confronti del “colosso della distribuzione”.

Il solito discorso che tutti, ma proprio tutti, applicavano sempre e comunque a chiunque criticasse o si accingesse a criticare l’operato degli “indigeni” (così alcuni paesani presenti da generazioni e generazioni nel paesello volevano essere chiamati, mentre tutti gli altri, anche dopo decenni di permanenza nel paesello stesso, rimanevano ospiti, nonostante avessero comprato case dagli indigeni, facendoli arricchire e che regolarmente pagavano tutti i tributi) riguardava la permanenza degli ospiti:

“Accetta sempre e comunque qualsiasi cosa il paesello e i buoni pastori decidono per te e se hai voglia di criticare, quella è la porta”.

(Ma questo sarà argomento di un prossimo capitolo).

E così alla corte del sindaco cominciarono ad affacciarsi omini e donnine di ogni risma, tutti portatori di buone idee, di cambiamento, di innovazione. Fra le altre cose venne vietato, attraverso atti che ben presto ebbero rilevanza imperiale, che si parlasse del degrado che circondava il paesello. Fu vietato di parlar male degli amministratori che non riparavano le strade, che rilasciavano permessi per l’apertura di nuove ali del “colosso” (quello che si combatteva), lo stesso giorno dell’inaugurazione, di recuperi architettonici (?) che nulla avevano di recupero e di architettonico, insomma bisognava rimanere in silenzio ed anche un semplice “quadro” diventava pericoloso.

Venne in aiuto un indigeno pastorello, abituato a gestire un enorme gregge di pecorelle, che attraverso una campagna di stampa massicciamente seguita sin fuori i confini del paesello, ripeteva stancamente che tutto andava per il meglio, che finalmente si ripartiva e che l’omino destro divenuto sindaco, era il meglio possibile che si potesse immaginare.

Neanche le morti erano più menzionate, al paesello, comprese quelle accadute su ponti non illuminati e pericolosi.

Il sindaco fece di tutto: tasse, balzelli, strade sterrate, rifiuti vaganti, servizi assenti, ma i cittadini non capirono e continuarono a sostenerlo lo stesso. Dopo tutti questi innumerevoli tentativi per essere esiliato dal paese, il sindaco cominciò a studiare altri modi. Gli venne facile, con lo studio, “attaccare” le scuole. Non tutte, solo quelle comunali. Sapete, come poi avvenuto anche altrove, si facevano mancare fondi per le scuole comunali a favore di quelle provinciali.

Tasse e balzelli per quelle mie a favore di quelle che mie non sono.

Ma ancora una volta i cittadini, così tanto oberati di lavoro, non capivano, nicchiavano, anzi erano felici di dar lustro al loro paesello attraverso una scuola nata non si sa come, arredata con mezzi di fortuna avuti in prestito e che ben presto cominciò a perdere gli studenti che meritavano sicuramente altra sistemazione.

A quei tempi, pensate un po’, le scuole di solito chiudevano a giugno e riaprivano a settembre.

Il sindaco escogitò un sistema infallibile per essere finalmente posto in esilio.

Si era accorto, attraverso il ritrovamento di vecchi papiri trovati per caso nei sotterranei della corte, in cui si asseriva che una scuola, dato il suo cattivo stato di salute, dovesse essere abbattuta per far spazio ad una nuova costruzione. Ma qualcuno gli suggerì che una mano di vernice potesse risolvere il problema e avrebbe fatto si che i cittadini, visto l’impegno del sindaco destro e della sua corte ai lavori, avrebbe portato lustro alla sua azione di governo.

Ma la mano di vernice non bastò e l’abbattimento divenne così prioritario.

Diede notizia di tutto ciò, non durante il periodo di chiusura della scuola (in questo caso si sarebbe potuto agire rapidamente), ma solo qualche giorno prima dell’inizio dell’anno scolastico. A scanso di equivoci, tali pergamene ritrovate dal sindaco, risultano ancora oggi, sconosciute. Ci fu un gran fuggi fuggi per trovare una nuova sistemazione per i piccoli frequentatori di quella scuola, innescando, inevitabilmente, una valanga di problemi sulle altre scuole. Doppi turni, orari ridotti, ulteriore traffico di diligenze fra una scuola e l’altra, spostamenti repentini dei genitori: insomma un caos.

Ma neanche questo riuscì a smuovere il cittadino indigeno. Troppo assonnato per svegliarsi improvvisamente.

Ma questo sarà argomento per un ulteriore capitolo.

Vogliamo ricordare il sindaco quando spesso ripeteva a coloro i quali gli muovevano accuse o domande che la colpa di tutto erano state le amministrazioni precedenti dimenticando che egli stesso per decenni aveva poggiato il proprio sacro deretano sulle seggiole occupate dai governanti del paesello.

Anche destro, come peraltro già successo al sinistro, nonostante tutto, cadde:

un documento una firma e via.

No brick, no party.

(Tratto dalla mente giocherellona e skizzata di Maurizio Saliani e quindi con nessun riferimento alla realtà, passata, presente e futura. Riferimenti, circostanze, accadimenti puramente immaginari).

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