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Le verità nascoste – La santa alleanza – 1° puntata

Quel venerdì avrebbe segnato la vita di un uomo e con essa, quella del paesello.

Quella bella giornata, in cui il sole accarezzava la pelle e i cui raggi invitavano ancora ad un tuffo nelle fresche acque del mare, avrebbe segnato per sempre quell’omino sempre allegro, sempre disposto alla promessa che sapeva di non poter mantenere, che lottava contro tutti e contro tutto pur di lasciare un segno del suo passaggio.

Un uomo il cui suo peggior nemico, scoprì in seguito, essere se stesso.

Un gruppo di persone affollava un angolo del centralissimo Corso Vittorio Emanuele nella metropoli vicina al paesello.

La particolarità del gruppo era rappresentata dal fatto che nove uomini circondavano una tenera e piccola donna. Qualcuno fumava nervosamente, qualcuno controllava il cellulare, qualcuno vedeva l’orario. Sembravano in attesa di qualcosa.

Alla loro destra potevano ammirare il Margherita, storico cine teatro, ancora, dopo decenni, non completamente ristrutturato. Alla loro sinistra si potevano scorgere le bandiere del Comune con di fronte il Palazzo del Governo. Di fronte a loro l’ingresso nella città vecchia e le palme che fanno bella mostra di se in quel tratto di strada.

Non erano arrivati all’appuntamento tutti assieme.

Non avrebbero potuto.

Si erano divisi in gruppo e il ritardo di un gruppo aveva fatto sorgere dubbi e angosce in quelli arrivati prima. Si cominciarono ad interrogare se ancora una volta l’appuntamento fosse saltato e se quel venerdì non fosse il venerdì decisivo.

Ma l’arrivo in lontananza dei ritardatari fugò ogni dubbio. L’ultima sigaretta, l’ultimo saluto frettoloso e scomparvero nel portone.

Ne uscirono quasi subito.

Le operazioni non durarono a lungo. Era già tutto pronto.

Un documento, una firma e tutto era finito.

Sembra, i ricordi si affievoliscono con il tempo e diventano confusi, che nessuno passò per la cassa.

Non ci fu bisogno neanche del classico caffè per sciogliere l’incontro. Tutto si era svolto nel migliore dei modi e tutti tornarono alle loro cose, chi a scuola, chi nello studio, chi a casa. Mentre i gruppi si ridividevano esattamente così come erano arrivati, ognuno pensava alla notte appena trascorsa.

Telefonate, appuntamenti, insonnia, ultimi avvisi. Solo una la parola d’ordine.

Silenzio.

Al paesello la gente viveva la propria giornata come sempre. Quasi niente faceva presagire quello che lì a qualche momento si sarebbe abbattuto sulle anime pie di quei poveri cristiani. Molti pensavano di ritornare al mare quel sabato e domenica successive. L’estate era stata una strana estate; piogge, allagamenti, freddo e caldo tropicale. Un’estate da ricordare.

Agli angoli dei bar solito tran tran, solite chiacchiere, soliti visi. Per le strade solite facce. Eppur a guardar meglio si sarebbero potuti scorgere su quei volti i segni dell’attesa. Di quell’attesa che non avrebbe sicuramente sopportato l’ennesima sciagurata delusione.

Strano il destino, sarebbe stato anche lì Corso Vittorio Emanuele testimone incolpevole.

Qualcuno facente parte di quei gruppi che avevamo incontrato nella metropoli, parcheggia l’auto, scende custodendo fra le mani dei fogli protetti da una copertina trasparente. Qualcuno timidamente si avvicina, tenta l’approccio, vuole sapere cosa stia avvenendo. La stampa, anch’essa informata non si sa da chi, non si sa come, si accosta, chiede, interroga.

Niente.

Bisogna aspettare colui il quale è salito, bisogna aspettare l’atto ufficiale.

Qualcuno passa con l’auto, qualcuno l’auto l’ha parcheggiata e aspetta sul marciapiede, lì, vicino al bar. Qualcuno, capendo che qualcosa di “grosso” sta succedendo, imbraccia la macchina fotografica, qualcuno accende il sigaro, qualcuno telefona in silenzio. Come l’ansia che ti prende mentre aspetti che la tua compagna, là in sala parto, mette alla luce il frutto del vostro amore, è dipinto il volto di quegli uomini (donne non ve ne sono).

Eccolo, scende per strada, tutti lo circondano tutti vogliono vedere, vogliono toccare quei fogli, vogliono leggere.

Tutto è compiuto.

Le firme leggibili.

La data “12 settembre …..” è chiara, come è chiaro l’orario:”ore 10,36”.

Il paesello non ha più il proprio sindaco.

Ma perché, cosa era successo, cosa aveva determinato quella scelta?

I più intimi, quelli che avevano seguito l’onta dell’ormai ex sindaco e che l’avevano seguito sino alla fine, ricevettero la notizia chi attraverso una foto pubblicata sul volto sul libro, chi attraverso una telefonata di sfottò e chi, come il povero Gino, in diretta, mentre si apprestava a salire sul Comune che ora lo riconosceva solo come semplice cittadino.

Qualcuno da lontano ricevette la telefonata e anche se non conosciamo le parole possiamo senza ombra di dubbio interpretare lo stato d’animo che lo pervase tutto. I piani erano falliti e non sarebbe stato lui a determinare la caduta o la rinascita dell’omino che triste e sconsolato, non riuscendo a capire il perché di tanto astio nei suoi confronti, si affrettava a sistemare le ultime carte nello studio per uscire, per vedere, per capire.

Qualcuno festeggiò, qualcuno ordinò bottiglie di prosecco che questa volta dovette pagare.

Stranamente non si verificò quella strana circostanza che aveva visto il gruppo che si era appena ritirato dalla metropoli e che aveva apposto la propria sacra firma su quei fogli consegnati al paesello, passare dalla cassa senza pagare.

Alcuni, nonostante ritenessero la fine del sindaco necessaria ed inevitabile, non festeggiarono.

Altri problemi si sarebbero da li a poco presentati e per tali problemi una risoluzione sarebbe stata, a questo punto, non solo auspicabile, ma necessaria.

Fra quelle 9 persone che erano state chiamate a “mettere” una firma, rappresentanti di schieramenti ostili(?) e belligeranti(?), la santa alleanza era terminata.

Si racconta che il targhista, cominciò a girare e rigirare per il paesello fotografando le targhe da lui apposte per paura che con la caduta del sindaco si facesse piazza pulite anche di quelle.

Come la storia di quello che seduto alla cassa della pompa di benzina (quale non è dato sapere), e vedendo la foto su volto sul libro, chiamò terrorizzato il comune per chiedere cosa volesse significare.

E quell’altro, che tutti credevano non potesse mancare all’appuntamento alla metropoli, apprendere la notizia con sbigottimento.

Non lo avevano neanche chiamato per informarlo.

Aveva ricambiato schieramento da qualche giorno. Tempismo perfetto. Eppure le criticità nei confronti del sindaco le aveva manifestate in ogni dove, ma nonostante tutto nessuno si fidò di lui per apporre la firma sull’atto. Troppo “pauroso” il ragazzo.

E poi, tutti gli altri.

Il giovane che non seppe esprimere al meglio le capacità per le deleghe troppo misere per cui era stato scelto, come se deleghe che potessero determinare appalti per milioni fossero misere. O quello che insieme al sindaco aveva sostenuto che per rendere sicure le scuole basta una mano di vernice e se questa non basta, l’abbattimento.

Poi vi erano quelli che servivano per far numero, come quegli invitati che chiamiamo alla nostra tavola perché non vogliamo essere in 13.

Una cosa è certa in questa triste storia.

I cittadini non sanno e forse non sapranno mai, ma il 12 settembre dell’anno domini …. alle ore 10 e 37 minuti, iniziò la campagna elettorale.

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