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Ma Casamassima è un paese violento?

Che le “farfalline” non potessero riuscire nell’impresa di seppellire la violenza che il paesello “coltiva” ed alimenta sotto la cenere dell’indifferenza collettiva era noto a tutti, ormai.

Ma che tale violenza venisse fuori e fosse alimentata ogni qualvolta un gattino perdesse la vita o per un incidente stradale o perché oggetto di sevizie da parte di umani, comincia ad avere risvolti patologici preoccupanti, perché se a morire sono dei “pelosetti” i commenti da social si sprecano, ma se a morire o subire angherie sono bambini magari a 20 km da Bari (ricordate?), o giovani donne picchiate in piazza e nei pressi di una discoteca oppure anziani bersagliati da sputi nella pubblica via, la violenza pura, almeno quella verbale da social, si ritrae nell’indifferenza da «paura».

Che ogni sindaco al paesello debba prima o poi fare i conti con il gatto morto, è diventato un cult a cui nessuno di noi potrebbe rinunciare. E da quel primo gatto ucciso una sera, pare per divertimento, in via Bari, è seguito quello all’interno della villa della zona residenziale avvelenato, passando da quello abbandonato morto nel cestino dei rifiuti in piazza e a quelli uccisi, pare anch’essi tanto per ingannare il tempo, in un giardinetto incolto ed abbandonato in una delle tante periferie. E giù i commentatori da social che, dimenticando di trarre delle conclusioni o almeno basi di partenza con un minimo di parvenza sociologica e/o comportamentale e/o politica, augurando che i bambini ragazzi autori del misfatto non arrivino a compiere i 18 anni e che colpiti da tumore, muoiano tra sofferenze atroci ed indicibili, riscuotono il consenso maggiore. E tra la richiesta costante di avere un territorio militarizzato e pieno di occhi da grande fratello che seguono ogni nostro movimento, traslando la responsabilità sui cittadini che non parlano e denunciano, si consuma la patetica e puerile ed inutile caccia alle streghe del serial killer che lascia sul luogo del delitto anche un estintore e un monopattino dismesso, alimentando ancor più quella violenza che si vorrebbe sopprimere.

Ma nessuno che, accanto al commento lusinghiero e pieno d’orgoglio sull’operato del sindaco di turno, denunci la politica da decenni distratta sul recupero delle periferie che oltre strutturale dovrebbe interessare anche e soprattutto da un punto di vista culturale. Se la strada in cui vive il bambino ragazzo è dissestata, augurandoci che solo di bambini si tratti, è piena di immondizia, senza che il quartiere offra la possibilità di usufruire di un giardino pubblico decente, di uno spazio per loro pensato e per loro attrezzato, pensate che non sia quasi “costretto” a “delinquere” in un luogo che ignora la sua esistenza?

E come assurgere seppur in forma anonima agli onori della cronaca con quel grido represso di aiuto e richiamo costante che emette ogni istante ma che la nostra sordità non ci permette di udire, se non attraverso la pubblicità gratuita per giorni, almeno su di un social, che gli dimostri l’esistenza in vita?

E se le risorse per rendere le periferie meno degradate vengano scialacquate senza senso in opere faraoniche che ben presto diventeranno cattedrali nel deserto, di chi la colpa? Di chi le responsabilità morali e materiali?  Una grande città così come un paesello di provincia, non può permettersi ancora di destinare i pochi fondi che dice di avere (salvo poi scoprire bilanci diversi), al centro città attrezzando con le panchine di design le piazze capitozzando gli alberi e poi dimenticare le periferie dove si consuma la vita di tutti i giorni.

E le incongruenze e le incapacità progettuali della politica, che non sapendo come venir fuori dall’impasse venutosi a creare con le promesse elettorali, trasferisce le responsabilità o sulla scuola o sulla famiglia o sul cittadino che con il cellulare in mano dovrebbe essere pronto ad immortalare il fattaccio denunciando l’autore seduta stante sperando che le forze dell’ordine, allertate, si presentino o non decidano che un altro intervento abbia la precedenza.

E badate bene, qui non parliamo solo del paesello a sud est la grande metropoli, ma di tutte le periferie e delle periferie del mondo, che in quanto periferie soffrono quello che tutte le zone esterne di confine soffrono.

Ed allora, ha senso ancora augurare che quel bambino non arrivi a compiere 18 anni e che colpito da tumore crepi fra sofferenze immani?

Non sarebbe meglio cominciare ad ascoltare quel grido di aiuto prima di emettere sentenze?

 

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