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Naufraghi senza volto – Dare un nome alle vittime del Mediterraneo

Questi morti senza identità ci raccontano una storia di umanità che per troppo tempo abbiamo deciso di ignorare, così come i nostri avi ignoravano le navi negriere nel Settecento. In queste imbarcazioni viaggiavano cinque persone per metro quadro naufragate poco prima di arrivare nell’Europa che si vanta di essere la terra dei diritti umani.

Cristina Cattaneo

E’ un’operazione particolarmente difficile dare un nome a coloro i quali muoiono carbonizzati per un incidente aereo, oppure perché qualcuno ha pensato bene di far scomparite il cadavere in un pilastro oppure perché di quella giovane scomparsa a Roma e ritrovata morta magari a Milano, anche in presenza di una denuncia di scomparsa, veniva seppellita senza nome perché risultava enigmatico il riconoscimento.

E’ dal 1995 che la dottoressa Cattaneo, nel suo laboratorio milanese, il LABANOF (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense), tenta di dare un nome a quei cadaveri che per una ragione o per l’altra capitavano lì e di cui era impossibile l’identificazione. Ma tutto questo non succedeva e succede ancora solo a Milano, ma in tutto il Paese e in tutta Europa. La mancanza di una banca dati che potesse raccogliere tutti gli elementi utili al riconoscimento del defunto e che potesse mettere in relazione certa i dati post mortem con quelli ante mortem, mancava e continua a mancare anche se oggi passi da gigante, grazie all’impegno e al lavoro costante di professionisti e medici come la Cattaneo, portano i loro frutti.

La letteratura anglosassone definisce ambiguous loss, perdita ambigua, quella vera e propria patologia mentale che porta gravi danni, anche fisici, come depressione, alcolismo e turbe immunitarie a quei soggetti che perdono un congiunto e che non sanno se questo sia morto oppure no. Immaginate se un vostro familiare o un parente o un semplice amico all’improvviso scompare a causa di un viaggio, di un allontanamento volontario o non e se il non sapere più che fine abbia fatto non vi faccia vivere nell’angoscia del non conoscere, di non aver certezza di come sia andata a finire la vicenda che lo riguarda.

Elaborare un lutto presuppone che ci sia un corpo su cui piangere e su cui riversare il nostro affetto e il nostro amore. E questo lo aveva capito anche Omero.

Quando Ettore morì, Achille non diede il corpo ai troiani ma se lo portò con se nell’accampamento greco. Allora Priamo, padre del principe troiano, si recò da solo nell’accampamento greco con grande umiltà per pregare Achille di restituirgli il corpo. In questo passo, uno dei finali dell’Iliade, Priamo inizia subito a pregare Achille e cerca di fargli capire quanto significava per lui riavere indietro il figlio, altrimenti Achille l’avrebbe dato in pasto ai cani e agli avvoltoi. Nel mondo greco antico, infatti, quando qualcuno moriva doveva venire fatto il funerale mentre se il corpo era stato abbandonato per poi venire divorato dalle bestie il defunto perdeva ogni dignità e faceva una fine che veniva vista come una cosa vergognosa. Priamo si paragona a Peleo, padre di Achille spiegandogli quanto sarà contento un giorno lui a vedere suo figlio tornare a casa, cosa che non avverrà. Achille in questo passo non è l’Achille aggressivo e individualista che si conosceva, qui infatti, inizia quasi a commuoversi e a provare pena e compassione per Priamo. Alla fine della lunga trattativa, con un grande riscatto, Achille decise di ridare indietro a Priamo il corpo di Ettore e di concedere ai troiani 12 giorni di tregua per i funerali e per tutti i riti legati ad esso.

Ma anche altre problematiche sorgono inevitabilmente con il non sapere se lo scomparso è o no ancora in vita: come si fa ad imbastire un’indagine per omicidio senza conoscere il nome della vittima? Come si fa a procedere per successioni, eredità ed altri atti amministrativi senza avere la certezza del decesso? Come si fa a far valere i diritti di orfani e vedove senza certificati di morte?

Con la nascita dell’UCPS (Ufficio del Commissario straordinario del Governo per le Persone Scomparse) un primo ed importantissimo tassello, le cui procedure poi sono state ricalcate da molti Paesi non solo europei, è stato messo in moto.

E se il dare un nome a quel volto appare molte volte impresa difficile per quelli che consideriamo i nostri morti, figuriamoci quello che può accadere e accade per i morti che nostri non sono.

E’ un racconto duro e spietato quello che si presenta quando si comincia la lettura di Naufraghi senza volto – Dare un nome alle vittime del Mediterraneo, di Cristina Cattaneo. Al tempo stesso, però, il libro racconto diario demolisce quella “cattiveria” che circonda i barconi dei migranti affondati nel Mediterraneo facendola scomparire in un sol colpo, per dar sfogo finalmente a quell’umanità che credevamo perduta.

Ed è dal 2013 che la Cattaneo, insieme ai tanti volontari accompagnati dai reparti scientifici dei Carabinieri, del Ministero della Sanità, dai reparti dei Vigili del Fuoco e dall’instancabile contributo della Marina Militare e delle tante Università italiane, fra cui quella di Bari, continua il lavoro incessante che si nasconde dietro quelle migliaia di migranti morti nelle acque del Mediterraneo e che nascondono storie ancora per molti inaccessibili.

Non si indagano le ragioni del lungo viaggio – alcune volte dura anche degli anni – che dalla profondità dell’Africa e non solo spinge donne, uomini e bambini, molte volte soli e non accompagnati, a decidere di attraversare deserti, Paesi inospitali in cui vengono trattati come schiavi rinchiusi in lager di prigionia e che, malgrado tutto, riescono a raggiungere quella costa con quel mare che oltrepassato, potrebbe assicurargli un futuro migliore.

Chissà come dovrà sentirsi quel genitore che per quella traversata, dopo aver speso anche 15 mila euro per l’unico figlio di sei anni, si ritrova a piangere su una notizia che non giunge mentre in un barcone tra centinaia di ossa, viene ritrovato un dente proprio di un bambino di sei anni che risulta ancora sconosciuto.

Ed accanto ai nostri di morti che rimangono ancora sconosciuti, si apre all’improvviso per la dottoressa Cattaneo anche quel mondo ancora inesplorato delle centinaia di persone che hanno trovato la morte su un barcone.

Fu la notte del 3 ottobre 2013 a scuotere le coscienze di tutti sin ad allora ancora sopite. Alle 4.30 si ebbe notizia che una imbarcazione si era rovesciata al largo dell’Isola dei Conigli a Lampedusa. Portava un carico di circa 600 persone quasi tutte eritree. Furono recuperati 366 cadaveri.

Da lì nacque l’operazione Mare Nostrum e da lì si iniziò a pensare, molto lentamente, che quei morti non erano solo loro, ma anche nostri. E fu anche grazie a questo che la Cattaneo, patologa forense, insieme al Porta, biologo, a Danilo, esperto di odontologia e a Pasquale, naturalista, che insieme avevano plasmato il LABANOF, cominciarono ad interrogarsi se fosse possibile e in che modo dare un nome a quei morti. Non potevano bastare solo le foto che la Questura di Agrigento aveva raccolto in un book a disposizione poi, non si sa di chi visto che i parenti o coloro i quali potevano risalire al nome del cadavere, erano lontani e probabilmente irraggiungibili a migliaia di chilometri. Non si considerava neanche il fatto che, trattandosi di eritrei, torture, prigionie a a volte la morte, erano destinati ai parenti di coloro i quali avevano tentato la traversata abbandonando il Paese.

Il Commissario, insieme al Comitato 3 Ottobre, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, la Croce Rossa Internazionale e la Fondazione Migrantes, stilarono un comunicato che servisse in qualche modo, tralasciando i canali ufficiali, da “passaparola” nei confronti dei parenti o dei conoscenti che si stava facendo qualcosa per identificare le vittime della tragedia.

Rimandiamo alla lettura del libro le descrizioni di quei volti, di quei corpi e di quelle piccole cose che siamo abituati tutti ad utilizzare durante la giornata che farebbero provare una stretta allo stomaco anche al più duro e spietato carnefice che nega il dolore che per codardia e paura vuole tener lontano da se.

Mettere insieme i dati post mortem, anche un dente a volte basta per un identikit quasi completo, con quelli che si sarebbero man mano raccolti dai presunti parenti (ante mortem), avrebbe permesso di seppellire con dignità e con un nome quella vittima.

Ma una tragedia ancora più spaventosa attendeva la Cattaneo. Era il 18 aprile 2015 quando a cento chilometri dalle coste libiche perirono in un barcone, il Barcone, più di mille persone.

E quando il relitto fu portato in superficie lo spettacolo che si presentò a quegli uomini che erano riusciti, dopo svariati sforzi, a completare l’operazione fu drammatico.

Ai lati alcuni cadaveri erano rimasti appesi alle assi rotte delle pareti, e penzolavano ancora integri. Quei corpi erano più eloquenti di qualunque racconto dei sopravvissuti.

Dovevamo entrare, arrendendoci al fatto che bisognava calpestare qualcuno di quei corpi scivolosi per farci strada. Scavalcai la soglia dell’apertura e cercai di mettere un piede tra un cadavere e l’altro, solo per scoprire che sotto sentivo altri strati, altre sagome.

A Melilli venne messo un campo grazie alla Brigata San Marco con la collaborazione della Croce Rossa; due tende refrigerate erano divenute sale autoptiche. Furono scaricati uno ad uno quei sacchi in plastica che contenevano quei corpi ormai privi di vita su cui si procedeva ad eseguire l’autopsia per cogliere ogni minima caratteristica che sarebbe poi, con l’ausilio dei parenti, servita a identificare senza ombra di dubbio a chi appartenesse quel corpo senza nome. Ed è in questa fase che, analizzando anche gli abiti dei morti e quei pochi effetti personali ritrovati, si sono rinvenute agendine con numeri di telefono, fotografie, sacchetti di terra natia sapientemente cuciti all’interno degli indumenti e la pagella scolastica conservata con cura ritrovata sul corpo di un bambino che credeva probabilmente sufficiente ad intraprendere una vita nuova. Migliore.

Ma quei sacchi in plastica che venivano man mano scaricati per essere analizzati, non sempre contenevano dei corpi intatti. Molti servivano per raccogliere le decine di teste che nel frattempo si erano staccate dal corpo e le migliaia di ossa che fluttuavano in quella stiva stracolma di morte. Anche un dente di un bambino di sei anni venne ritrovato.

Quel tatuaggio particolare, o con quel tipo di otturazione dentale, o quel neo proprio lì come quell’intervento chirurgico o quella frattura al dito della mano, potevano essere utili per il riconoscimento che i parenti un giorno avrebbero potuto fare ed avere la “fortuna” di iniziare il lutto per elaborarlo.

Tragico diventa il racconto allorquando i primi parenti o amici o semplici conoscenti si presentano negli uffici organizzati per i riconoscimenti.

Così tragico che sarebbe inutile spendere una sola parola per descriverlo.

Scappare da carestie, sopraffazioni, angherie e violenza per assicurare un futuro umano è anche l’ultima possibilità che genitori disperati, propongono ai propri figli, lasciati soli o affidati nelle mani di qualche amico. Se non sappiamo e non vogliamo assicurarglielo, almeno mettiamoci il nome su quella lapide.

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