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Paese azzurro come marchio di fabbrica.

Siamo nel 2021 e non nel 1519. Impossibile quindi avere tutto per noi un architetto del calibro di Raffaello che possa progettare, come fece per Leone X, una ricostruzione del borgo antico del paesello a sud est la grande metropoli.

Per riportare in vita il “cadavere”, divenuto oramai fantasma, che nell’immaginario qualcuno vorrebbe farci credere essere un paese azzurro, basterebbero l’eloquio di Baldassarre Castiglione o la perfetta progettazione grafica di Raffaello per far comprendere quanto importante sia la conservazione dei monumenti e quindi della storia se non esistessero orecchie ed occhi e volontà che accettino l’invito?

Che manchi Leone X?

Ad oggi ci appare decisamente difficile se non impossibile che qualche illuminato possa comprendere a pieno cosa significhi ripopolare e rivitalizzare il borgo antico di Casamassima, divenuto nel frattempo vecchio se non fatiscente a meno che non si creda che gli illuminati possano essere rappresentati da quelli che attaccando le farfalline blue al cielo con in mano un pennello, ridipingono di azzurro le facciate delle case.

E non basta pubblicizzare sino alla nausea le “orde” di turisti insoddisfatti e delusi che, parcheggiato il pullman gran turismo in piazza, si addentrano fra quei vicoli, molte volte disabitati, sporchi ed inospitali, dove, a parte qualche eccezione, l’incuria regna sovrana e che non ti abbandona neanche se a guidarti vi fosse la migliore guida turistica del mondo.

Ed è per questo che non riusciamo ancora a capire quale sia l’utilità, con tutto il lavoro che ci sarebbe da fare, se lo si volesse veramente, di avere anche il tempo per depositare un marchio di fabbrica, un brand come lo chiamano gli esterofili, che potesse identificare al mondo intero che quelle quattro facciate di quelle quattro case hanno le pareti tinteggiate di azzurro.

In molte parti del mondo stiamo assistendo, visto che l’abbandono dei borghi antichi non è solo una nostra prerogativa, a politiche che invogliando l’acquisto di case intere al costo simbolico di un euro, con l’obbligo del restauro anche conservativo, incentivano il ripopolamento di quello che la storia identifica come il “centro”, il “fulcro”, la “fondazione” dell’intero paese. Un centro, disabitato per lo più, senza l’attrattiva della piccola bottega d’arte, senza il caffè all’ombra del muro antico o del pasto da consumarsi magari in un sottano recuperato all’abbandono o del negozio di quei giovani che vendono e mostrano la loro arte, come può da solo avere la forza di portare in luce la storia di quel luogo?

Credete bastino quelle pareti azzurre dipinte nel nulla?

Certo il cammino è lungo e lo sarà di più sino a quando le decine di associazioni che insistono sul territorio verranno messe le une contro l’altra alla ricerca di quella che è più compiacente rispetto alle prime nei confronti del politico sovrano del momento che potrà elargire o no gli spiccioli di un bilancio che per la cultura non trova mai sufficienti risorse.

Figuratevi poi se dovessimo parlare di arte.

Cominciamo per prima cosa a pretendere che la politica non parli del “bello” solo in campagna elettorale per spillare qualche voto in più, ma che diventi locomotiva capace di trainare le aspettative ed i sogni dei più che oramai, disincantati dalle mille promesse mai mantenute, affollano altri centri, altri borghi, altri luoghi anche non molto distanti dai nostri.

Cominciamo a mettere in campo la pratica politica che di fronte allo sfacelo del borgo antico si intervenga, anche con la mano pesante, obbligando i proprietari che nel frattempo sono andati in Germania, in Venezuela o ai Caraibi di restaurare quegli immobili o darli in gestione a quelli che qui sono rimasti per valorizzarli portandoli al vecchio splendore. Si studino forme di requisizione coattiva o acquisizione collettiva che possano permettere finalmente quella rinascita che a parole vogliono tutti ma che in pratica rifuggono.

Si arruolino tecnici, studiosi dell’arte, sociologi, urbanisti e tutti coloro che un contributo di idee lo vogliono dare seriamente non certamente con il pennello sporco di azzurro, affinché si metta in moto quel laboratorio con la speranza che diventi la lunga catena di montaggio per una nuova rinascita.

Al tempo stesso si faccia in modo che non ci siano padrini che, invece di ispessire le fila le assottigliano cercando, con molta presunzione e poco costrutto, di costruire intorno alla propria immagine una rappresentazione della realtà non vera.

Pretendiamo che non debba esserci la necessità di fondare comitati per la salvaguardia dei borghi antichi che, una volta scontratisi con la politica capace di grande promesse si accorge di essere rimasto solo a remare sulla barchetta in mezzo ai marosi.

Dovremmo avere la forza di riappropriarci non solo del borgo antico, ma anche delle periferie divenute confini al di là del mondo dove poter finalmente “camminare la terra” che sostiene, non sappiamo ancora per quanto, i nostri passi.

Rompere la gabbia, questa la missione.

(Immagine di copertina tratta da ufficio-brevetti.it)

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