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Partono le domande per i buoni alimentari.

Lasciare nella disponibilità dei Comuni la possibilità di decidere come “spendere” il fondo a loro assegnato dal Capo della Protezione Civile pari a 400 milioni di euro quale contributo per i nuclei familiari più esposti ai rischi derivanti dall’emergenza epidemiologica da virus COVID-19, si scoprirà a breve, essere stata una grave colpa. Uno di quegli errori che blasonati analisti e fini commentatori politici, compresi giornalisti d’inchiesta, scopriranno essere stato un danno per quelli cui il fondo era destinato. Si scoprirà, quando ormai i buoi saranno tutti scappati, che chiudere la stalla sarà inutile e che le relazioni della Commissione Antimafia o gli appelli di magistrati e giudici serviranno solo per continuare ad impolverare gli archivi giudiziari.

Le linee guida emanate dall’ANCI in relazione all’esigenza di assicurare risorse per interventi di solidarietà alimentare sul territorio, si sono dimostrate per molti versi inefficaci ed inutili, in alcuni casi addirittura dannose, vista l’enorme discrezionalità lasciata nelle mani dei sindaci e delle amministrazioni locali, che hanno interpretato le norme e le disposizioni con una libertà che non doveva essere loro concessa.

Le regole dovevano essere stringenti ed uguali per tutti sull’intero territorio nazionale. Come uguale doveva essere il modello che i cittadini dovranno compilare, auto certificandolo, da consegnare agli uffici sociali presenti in ogni comune d’Italia.

Basta vedere le differenze che a volte diventano sostanziali fra un comune ed un altro per accorgersi per esempio, che i comuni considerano “povero” un nucleo familiare che in un altro comune, con gli stessi requisiti, diventa “meno povero” o addirittura “più ricco”. La giacenza sul conto corrente, passa dai seimila ai settemila oppure ai novemila euro senza soluzione di continuità creando discrepanze non accettabili.

Ma altre gravi ed apparentemente incomprensibili discrepanze, ma che nella logica del Procuratore della Repubblica Nicola Gratteri sarebbero facilmente comprensibili, riguarderebbero quei soggetti che, nonostante percepiscano un reddito o un sussidio inferiore ad una certa soglia, possano o meno concorrere sullo stesso piano di chi non riceve nulla. Se poi a questo dovessimo aggiungere la discrezionalità che qualche comune sta attuando in riferimento alla fascia di reddito di sussistenza già percepito, la confusione sarebbe enorme.

A questo, come se non bastasse già il ginepraio che sta venendo fuori, se dovessimo analizzare i cosiddetti sconti che gli esercizi commerciali potrebbero o dovrebbero applicare accettando quei buoni alimentari erogati dai comuni, la confusione sarebbe totale.

Per ricapitolare: l’esercizio commerciale dichiara la sua disponibilità ad accettare i buoni alimentari erogati dai comune e per invogliarne i possessori decide di applicare degli sconti. Se vieni a spendere da me, dice il commerciante, il tuo buono da 10 euro, varrà per me 10,50 oppure 11.00 oppure 12.00 euro. Naturalmente più grande sarà il negozio, più alto il suo volume di affari, maggiore sarà lo sconto che potrà applicare.

Abbiamo a questo punto analizzato due casi, a noi vicini, che sembrano andare in diverse direzioni.

Mentre Acquaviva delle Fonti richiede all’esercizio commerciale di applicare uno sconto minimo del 5%, il comune di Casamassima impone invece il 10%. Ma si può costringere un qualsivoglia commerciante, nel libero mercato, ad applicare uno sconto per “decreto o per legge”?

Le normali norme del commercio non consentono al consumatore di servirsi, a sua completa discrezionalità, del negozio che eventualmente gli applica lo sconto maggiore? Che senso hanno queste diciture sulla manifestazione di interesse che i commercianti in queste ore staranno redigendo? E se ci fossero esercizi commerciali che volessero applicare sconti del 15% o del 20%, sarebbero tagliati fuori?

Ma che senso hanno queste limitazioni/inviti se Federdistribuzione, Ancc-Coop e Ancd-Conad, ovvero le tre sigle associative della grande distribuzione, hanno confermato già dal 31 marzo scorso la disponibilità di applicare lo sconto del 10% in aggiunta al valore dell’importo del buono spesa?

Ma che senso hanno queste raccomandazioni trascritte nero su bianco su questi documenti comunali, pensiamo concepiti con troppa fretta senza nessun tipo di verifica se poi scopriamo che altri comuni, Triggiano e Capurso, con i sindaci Antonio Donatelli e Francesco Crudele, sono riusciti a far «lievitare» del venti per cento in più la quota ricevuta in esecuzione dell’ordinanza della Protezione Civile per aiutare i nuclei familiari e le persone più bisognose attraverso una convenzione fatta con Ticket Restaurant?

Cosa pensare di questi sindaci che con una semplice indagine di mercato ed un po’ più di attenzione e oculatezza sono riusciti a rimpinguare quei fondi destinati ai comuni, Donatelli portandolo da 216 mila euro a 259 mila e Crudele da 132 mila euro a 159 mila?

E di quei comuni che si vorrebbero servire dei CAAF per la compilazione delle domande che i cittadini dovranno auto certificare, avranno mai letto le linee guida e le disposizioni?

Per finire, la confusione è massima e le risorse troppo poche per soddisfare le esigenze di tutti e se poi, aggiungiamo, non si leggono nemmeno i giornali per tenersi informati….

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