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Tu non sei niente. Un dramma familiare.

Entra in camera e vede la donna e l’uomo dormire nel loro grande letto.

Con il coltello che aveva preso dalla cucina, affonda la prima coltellata alla donna.

Eresvida muore subito e non sente le ulteriori sette coltellate che le lacerano il corpo. Nel frattempo Vincenzo, il marito, svegliatosi per quel fiotto di sangue caldo che gli colora il viso, tenta di difendersi. Tre coltellate vanno a vuoto, ma la quarta gli trafigge il cuore. Viene trafitto per altre tredici volte e lo sarebbe stato ancora se il manico del coltello non si fosse staccato dall’anima di ferro.

Si ferma a guardare i due corpi straziati nel mare di sangue che inonda la stanza.

Saccheggia la stanza e priva quei corpi anche delle fedi.

Si guarda le mani che sanguinano copiosamente. Maledetto coltello la cui punta, stortasi per la violenza delle coltellate, lo aveva ferito.

Corre in cucina e sotto l’acqua del lavandino cerca di trovare refrigerio per quelle povere dita martoriate e con uno strofinaccio tenta di tamponare le ferite.

Nel frattempo Giulio dalla sua stanza chiama la madre e chiede cosa stia accadendo.

Ed allora Franco entra nella stanza e lo colpisce per trentotto volte con quella lama maledetta, decretandone la fine.

«Ora Franco era finalmente felice e, per nulla preoccupato o turbato dalla sua mattanza, si stese sul letto che erano ormai le tre passate».

Si preoccupa di sistemarli in una stanza che sigilla per impedire la fuoriuscita di eventuali cattivi odori e la cosparge con deodorante al ciclamino per nascondere quell’odore di morte.

 

Era la notte del 27 maggio 1956 quando, Franco Percoco, ventisei anni e con un diploma scientifico, uccise la madre, il padre e il piccolo fratello down che vivevano con lui in quella casa di Via Celentano 12 a Bari.

Si salvò solo il fratello Vittorio che era in carcere.

Marcello Introna, con Percoco, edito per la prima volta nel 2012 da Il Grillo Editore di Bari, ripercorre la sciagurata vita di Franco Percoco che forse, con quella prima strage familiare, farà da apripista ad altri efferati delitti consumati all’interno di mura familiari.

Un delitto maturato probabilmente per le troppe aspettative che i genitori avevano nei confronti di quell’unico figlio sano in cui riponevano tutte le loro speranze. O forse per quella vita che in quegli anni si affacciava dimenticando le privazioni della guerra e quel benessere apparente

Uno dei più efferati delitti che sconvolse l’Italia del dopoguerra aveva come cornice Bari.

Difficile indagare le cause di simili delitti che vedono le mamme uccidere i propri figli, gli zii le nipoti con le complicità dei cugini ed i figli i genitori. Difficile l’indagine psicologica o comportamentale, ma non difficile capire che l’aspettativa che si riversa sul proprio figlio solo come processo di emancipazione personale nell’essere quello che non si è stato e che si cerca nell’altro ci porta quasi a tifare le vere ragioni di una tragedia.

Il 10 giugno del 1956, tutte le copie de La Gazzetta del Mezzogiorno furono ritirate addirittura porta a porta. Il direttore, Luigi de Secly e Ciro Buonanno, l’estensore dell’articolo in cui si riportava integralmente la confessione di Franco Percoco senza omettere nessun particolare, furono accusati di aver diffuso notizie raccapriccianti e di aver seminato panico a Bari, e non solo. Furono processati e condannati. Quattro anni dopo furono assolti ma non vennero mai più reintegrati in redazione. Quel plurimo omicidio poco si coniugava con l’Italia benpensante dell’epoca che si apprestava al boom economico che si andava compiendo.

Marcello Introna, studiando il faldone del processo, ricostruisce le vicende e ne scandaglia le ragioni.

E’ triste per un figlio sentire la propria mamma dire: «Tu non sei niente».

 

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