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Un fenomeno che dovrebbe farci interrogare: il suicidio.

Non importa morire presto o tardi, ma morire bene o male; morire bene significa sfuggire al pericolo di vivere male.
(Lucio Anneo Seneca)

 

Sale all’ottantaseiesimo piano sul ponte di osservazione dell’Empire State Bulding; piega con cura il suo cappotto di stoffa e lo sistema sul muretto; all’interno un portafogli nero con un messaggio.

Salta giù e il suo corpo, quasi come in un abbraccio, è accolto dal tetto  di una  limousine di un diplomatico delle Nazioni Unite parcheg­giata 381 metri più in basso.

Passano solo 4 minuti ed un fotografo, Robert Wiles, scatta una foto. Quella foto, bellissima nella sua drammaticità, sarà l’ultima foto di quel giovane fotografo che da quel giorno, non ne pubblicherà mai più. La giovane donna, in quell’abbraccio mortale con il tetto dell’auto, è bellissima: nessun segno a deturpare quel volto che rappresenta la serenità e la pace assoluta. Quella mano che sembra quasi accarezzi la collanina al collo e le sue gambe, perfette ed adagiate una sull’altra come se una mano invisibile avesse voluto sistemare quel corpo straordinariamente bello per rendergli omaggio.

Era il 1° maggio del 1947 ed Evelyn McHale aveva 23 anni. A giugno si sarebbe dovuta sposare. Sul biglietto d’addio ritrovato in seguito aveva vergato:

Non voglio che nessuno mi veda , nemmeno la mia famiglia. Fatemi cremare, distruggete il mio corpo. Vi supplico: niente funerale, niente cerimonie. Il mio fidanzato mi ha chiesto di sposarlo a giugno. Ma io non sarei mai la brava moglie di nessuno. Sarà molto felice senza di me. Dite a mio padre che, evidentemente, ho fin troppe cose in comune con mia madre.

Quante volte ci è capitato di leggere notizie di persone, come me e voi, apparentemente normali, con una vita apparentemente normale che decidono di farla finita?

Ma perché mai? Stava bene: era un bel e bravo ragazzo. Così educato e tranquillo con una famiglia che gli voleva bene. Ma come? Proprio ieri l’ho incontrata: ci siamo parlati, abbiamo preso un caffè insieme ed abbiamo deciso che una cena era da tanto che non la organizzavamo. Ma cosa le sarà scattato? Ma si, forse non stava bene. Possibile che non ce ne siamo accorti? Ha lasciato moglie e figli. Ma la vita va vissuta nonostante tutto. Quanto ci manca.

Quante inutili parole: vero?

Commentare un suicidio è impresa ardua e difficile. Indagare la causa, la concausa, la matrice, l’occasione, lo scopo, l’origine, la motivazione e la scintilla che provoca nell’individuo quella voglia irrefrenabile che lo porta alla decisone irrevocabile di farla finita è il motivo per cui non solo la medicina, ma anche l’antropologia e la sociologia nonostante abbiano avuto la capacità di studiare il fenomeno proponendo soluzioni, rimangono inermi nei confronti della politica che tali fenomeni dovrebbe contrastare.

Perché la politica?

Se per Aristotele l’uomo è un animale politico, ovvero un animale sociale il cui naturale luogo di vita è la polis, chi organizza o propone modi di vita indirizzati al bene di tutti, all’interno della polis?

Qui non ci soffermeremo sui cosiddetti suicidi assistiti o comunque su quelli che scaturiscono da scelte deliberate di fine vita per porre rimedio a gravi ed incurabili patologie o menomazioni che rendono impossibile anche i più elementari bisogni, ma alla scelta consapevole di un essere umano che decide di suicidarsi nonostante apparentemente viva una vita normale.

Ma cos’è la normalità?

Questo è uno degli interrogativi.

Il giovane Werther di Goethe si uccide per amore.

E che dire di Luise, che in Intrigo e amore di Schiller, preferisce morire avvelenandosi?

Anche Anna Karenina di Tolstoj sempre più emarginata dalla società e convinta, erroneamente, di non essere più amata dal conte Vronskij, si uccide.

Ma questa è letteratura, forse non conta nulla.

Ed allora guardiamo alla storia: Socrate, Diogene, Catone, Seneca, Demostene, tutti morti suicidi.

Tutti per affermare un atto eroico o per rivendicare la supremazia della libertà umana?

E le ragazze di Mileto raccontate da Plutarco che si suicidavano una dietro l’altra senza che niente e nessuno riuscisse a trattenerle?

E se il suicidio degli Zeloti a Masada fosse confermato?

Ebrei, che sotto il dominio di Roma erano considerati alla stregua degli schiavi, decidono di suicidarsi collettivamente pur di non cadere vittime delle repressioni imperiali.

Una Gerusalemme celeste sostituisce una Gerusalemme terrestre.

Ma anche Ludwig Boltzmann, Vincente Van Gogh, Marilyn Monroe, Robin Williams, Primo Levi, Cesare Pavese, Francesco Borromini, Marina Cvetaeva, Kurt Cobain, Luigi Tenco, Ernest Hemingway, Mario Monicelli, Dalida, Emilio Salgari, Rodolfo D’Asburgo, Gilles Deleuze, Edoardo Agnelli, Virginia Woolf, Cleopatra, Vladimir Majakovskij hanno scelto di togliersi la vita; e l’elenco potrebbe continuare.

L’atto di darsi la morte in quanto compiuto con deliberata volontà.

Lo psicanalista Franco Fornari chiarisce che «il suicida sul piano cosciente sembra voler negare il proprio rapporto con il mondo, ma, nell’inconscio, in realtà lo cerca disperatamente».

Il suicida rappresenta quindi un escluso che cerca  di affermare la propria presenza.

Io ci sono, esisto; tu non mi vedi, non mi senti, non mi parli e per questo mi suicido affinché tu possa vedermi, sentirmi e parlarmi.

E quale rapporto con il mondo si cerca disperatamente di trovare, suicidandosi?

Molte volte ci capita di leggere notizie, di essere informati direttamente, che persone conosciute, parenti o amici hanno tentato o sono riusciti a togliersi la vita.

Qualcuno sostiene, ma questa è la stima più bassa, che siano più di 4.000, fra maschi e femmine, quelli che ogni anno tentano o riescono a togliersi volontariamente la vita su tutto il territorio nazionale.

La media globale dei suicidi in tutto il mondo ci dice che ogni 100 mila abitanti, 15 sono i suicidi dei maschi e 8 quelli delle femmine.

Da quando l’ISTAT, nel 2010, ha sospeso la rilevazione dei suicidi e tentativi di suicidio basata sulle informazioni trasmesse dalle forze dell’ordine per seguire la strada della certificazione medica attestante le cause del decesso, è diventato difficile reperire calcoli precisi. Anche i giornali, dove fanno eccezione le notizie riguardanti i suicidi che hanno o che procurano clamore, sono parchi nell’informazione. Una cosa è commentare e scrivere di un padre che uccide i propri figli per poi togliersi la vita, altra è quella del malato che coscientemente cerca la morte e altra cosa ancora quella che racconta la storia di qualcuno che con una corda intorno al collo si appende al soffitto. Alcuni pensano poi che la notizia di un suicidio debba rimanere nascosta e che il fenomeno negativo debba essere oscurato, forse per scelte politiche sbagliate, per non turbare la collettività e per evitare possibili emulazioni.

Che sia la società la mandante dei suicidi?

Perché gli uomini sposati ricorrono molto meno al suicidio e al contrario quelli che non lo sono, molto di più?

E perché fra i divorziati sono sempre i maschi quelli che si suicidano e meno le femmine?

Domenico De Maio, cronobiologista di fama internazionale, attraverso i suoi studi arriva alla conclusione che i suicidi aumentano vertiginosamente fra aprile e luglio per gli uomini i quali scelgono di congedarsi dalla vita nei giorni centrali della settimana fra le 17 e le 18.

Ma perché si sceglie di suicidarsi e di farla finita con il mondo intero?

Cosa non funziona nell’insieme degli individui uniti da rapporti di varia natura e in cui si instaurano forme di cooperazione, collaborazione, divisione dei compiti, che assicurano la sopravvivenza e la riproduzione dell’insieme stesso e dei suoi membri che conosciamo come società?

Il primo forse che si è posto il problema, studiandolo, è Emile Durkheim, che scrisse, nel lontano 1897, che l’individuo entra in società facendo violenza alla sua natura e superando il proprio livello di singolo. Quindi la società è una coercizione che l’individuo subisce dall’esterno.

Questo provoca il «generale disagio che colpisce le società contemporanee».

Descrive un homo duplex che vive tra la sua natura individuale e la sua natura sociale. Come individuo cerca di perseguire un proprio fine particolare; come membro della società è portato a perseguire fini generali collettivi. L’uomo considerato l’animale sociale per eccellenza trova fra i suoi simili, la società, motivi di sopravvivenza ma anche di astio e di repulsione.

Cosa non va nella società?

Cosa determina nell’animo umano, se mai ce ne fosse uno, la ragione che lo spinge ad allontanarsi da quella società, ad abbandonarla al proprio destino, facendola finita con la vita?

Certamente non condividerà quella società, quelle scelte che essa stessa fa per sopravvivere a se stessa, o quelle non scelte che non è in grado di fare o quelle che accetta non sue ma calate come essenziali dall’alto.

Durkheim nel suo saggio Il suicidio analizza vari tipi di suicidio:

Maniacale, dovuto ad allucinazione delirante o alla fuga da pericoli o vergogne;

Ossessivo, legato all’idea fissa della morte;

Impulsivo, dovuto a un momento drammatico che fa scattare l’atto della propria ossessione.

Ma li classifica principalmente secondo le «tre modalità sociali»:

Egoistico, cioè quello che porta l’individuo ad estraniarsi dal gruppo e ad entrare in uno stato depressivo e di isolamento.

Altruistico, al contrario, nasce dalla troppo scarsa individualizzazione e dalla troppa integrazione che rendono l’individuo intercambiabile e depersonalizzato.

Anomico, deriva da squilibri sociali. Si hanno suicidi nei momenti di crisi o di disastri economici, prima e dopo le rivoluzioni, nei casi di brusche variazioni nelle situazioni sociali ed economiche o nelle carriere. Nel suicido anomico esiste una ambiguità fra suicidio ed omicidio e spesso il suicidio segue un omicidio effettuato oppure  il suicidio segue un mancato omicidio.

Anche per Freud il suicidio è un omicidio mancato.

Il fatto è che la presenza del suicidio indica sempre e comunque gravi disfunzionamenti sociali ed individuali che possono essere fronteggiati socialmente ed individualmente.

Non è l’individuo, ad essere assente rispetto alla società, ma è la società stessa ad essere assente rispetto ai suoi membri più deboli.

Ma i più deboli sono i più poveri o i più ricchi?

Sono quelli che vivono società evolute o involute e/o diverse alla nostra?

Sono gli occidentali o gli orientali?

Sono quelli del nord o quelli del sud?

E poi sono millenni che ci interroghiamo se è stato o meno un suicidio quello alla base di una religione che oggi ha qualche miliardo di fedeli in tutto il mondo.

Gesù Cristo si è suicidato?

Le scritture lo avevano previsto ed i profeti lo avevano confermato.

Perché anche andare verso morte sicura è un suicidio, non un omicidio.

E che la vera vita sia oltre la morte e che la resurrezione porti alla vera vita, cos’è?

Ed il Paradiso, ricompensa dai mali della vita, cosa rappresenterebbe?

Incitamento al suicidio?

La discussione è aperta.

 

Per chi volesse approfondire si consiglia la lettura:

Emile Durkheim – Il suicidio, Edizione BUR Rizzoli

Nadia Busato – Non sarò mai la brava moglie di nessuno, Edizioni Sem

 

 

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